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Il carretto siciliano, quando cavalleria e religiosità si incontrano nell’arte ‘in movimento’



Nei tempi remoti, in Sicilia, i singoli individui o interi gruppi di persone si spostavano utilizzando mezzi marittimi, spesso cavalli o animali da soma. Di frequenza ci si dimentica del mezzo di trasporto più tradizionale: il carretto siciliano simbolo identitario dell’isola e fondamentale strumento di lavoro per l’economia rudimentale. Dalla fine dello sfarzoso impero romano fino al 1600 i viaggi vedevano come protagonisti i carri, lasciando ai ‘vurdumara’ il compito di trasportare prodotti per lunghi tragitti, mentre per le persone si utilizzavano portantine e lettighe trainate dai cavalli.

La prima forma di carro siciliano è la ‘straula’, rigorosamente senza ruote, una sorta di slitta utilizzata ancor oggi per trasportare i covoni di grano soprattutto nell’entroterra della regione. 

Bisogna comunque dire che la ruota era conosciuta fin dai tempi antichi ad Agrigento, in seguito trasformata in ‘carramattu’ nell’ottocento. Questo mezzo veniva utilizzato per trasportare i mosti e i vini contenuti nelle botti. 

Antonio Daneu, importante critico d’arte palermitano, ha sottolineato all’interno del suo saggio che i viaggiatori nel XVIII secolo non avevano mai accennato la presenza del carretto siciliano in quanto tutti i traffici avvenivano via mare. 
Nel 1778 il Parlamento siciliano approvò uno speciale stanziamento di 24.000 scudi affinché in Sicilia venissero costruite strade e arterie che collegassero l’isola. Si dovrà aspettare il 1830 e l’operato del governo borbonico per l’apertura delle ‘regie trazzere’ – strade di grande comunicazione – per ragioni militari. Erano dei percorsi con salite ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di fossi, e si necessitava del carretto per potere superare gli ostacoli. 


Nel 1833 quando Jean Baptiste Gonzalve de Nervo scrisse il suo resoconto di viaggio fatto in Sicilia racconta di aver visto sulle strade siciliane dei carretti, sui fianchi del mezzo c’erano illustrate le immagini della Vergine o di qualche santo decorate con pitture su vetro. De Nervo afferma a proposito: 

“Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l'immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati", porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso".

Un’altra descrizione affascinante è quella del francese Eliseo Reclus, geografo recatosi nell’isola nel 1865, che osservando un’eruzione del vulcano Etna dice: 

“A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d'arte. La cassa del veicolo posa sopra un'asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi. Ciascuna delle pareti esterne del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant'Agata (…)".

Il simbolo della Sicilia è senza alcun dubbio il carretto siciliano, oltre alla cucina e al mare, come ci testimonia lo scrittore francese Guy de Maupassant. In occasione del suo sbarco nel capoluogo, era il 1885, egli rimase estasiato di una sorta di ‘rebus che cammina’, come lo stesso scrittore afferma, per via dei curiosi ghirigori che lo abbellivano. Si stava sicuramente riferendo al mezzo, in tal senso de Maupassant afferma: 

“Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati. Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena(...). Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l'occhio e la mente e vanno in come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere”.



È curioso analizzare le caratteristiche del carretto in base alle zone di produzione, di fatti esse variano sia nel palermitano che nel catanese. 

Spesso le decorazioni geometriche si affacciano su fondo giallo e arricchiscono gli ‘scacchi’, nonché volgarmente conosciute come didascalie, che rappresentano scene cavalleresche o religiose e sono coloratissimi ma bidimensionali.
Nel carretto palermitano gli intagli e le pitture conservano una natura naïve.

Invece a Catania le sponde sono rettangolari, su fondo rosso, e le decorazioni risultano più ricercate e raffinate. Nelle costruzioni moderne vi si presenta una prospettiva tridimensionale, le tonalità sono brillanti e ricche di chiaro scuri.

Meno conosciuto ma ugualmente affascinante è lo stile di Vittoria. Qui il carretto ha una struttura simile a quella catanese, su fondo rosso, ma possiede una gradazione più scura. Le pennellate sono decise e istintive, differentemente dallo stile catanese. 

Sia che sia stato realizzato e prodotto a est o ad ovest della Sicilia, il carretto siciliano conserverà un fascino senza tempo imbevuto di arte, tradizione e storia.

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