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Non sono Stato io: lo strano caso di Stefano Cucchi

Un atto istruttorio di 250 pagine che, a differenza del processo, si risolve con un qualcosa di certo: una balla. Se l’esito del procedimento giudiziario a carico di medici e poliziotti si è concluso con un nulla di fatto, oggi sappiamo finalmente che Stefano Cucchi è morto di epilessia.


Incaricati dal gip di Roma Tamburelli, i periti Francesco Introna, Franco Dammacco, Cosma Andreula e Vincenzo D’Angelo hanno stabilito che la morte del trentaduenne è avvenuta in maniera assolutamente improvvisa ed inaspettata per epilessia e che le lesioni riportate non possono essere ritenute riconducibili alla causa del decesso: questa, secondo i periti, è l’ipotesi “dotata di maggiore forza e attendibilità”.
Stefano Cucchi era epilettico, questo è vero: faceva uso di droghe e fu arrestato proprio per questo. Ma adesso, per favore, non prendiamoci in giro: si può anche morire in seguito ad una crisi epilettica, ma certamente non con lividi e fratture sparsi per tutto il corpo.

Caso Cucchi, sentenze “volemose bene”: nessun colpevole
Stefano Cucchi, trentadue anni, viene fermato e portato in questura dai carabinieri poiché di spaccio di droga. In seguito alla perquisizione viene trovato in possesso di: 21 grammi di hashish, tre confezioni di cocaina, una pasticca composta da sostanza inerte e un’altra utilizzata per le cure epilettiche. Viene disposta la custodia cautelare. Già alla prima udienza Cucchi si presenta con evidenti lividi agli occhi, fa fatica a parlare e a camminare. Dopo la seconda udienza, dove le condizioni dell’imputato sono visibilmente peggiorate, viene visitato presso l’ospedale Fatebenefratelli. Qui gli sono refertate lesioni alle gambe, al viso (frattura mascellare), all’addome (emorragia alla vescica) e al torace (fratture multiple alla colonna vertebrale). Cucchi, però, rifiuta il ricovero. Tornato in carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente e la sua morte avviene una settimana dopo l’arresto.
Diversi detenuti hanno testimoniato a favore di Stefano Cucchi, affermando che il giovane aveva rivelato di essere stato picchiato; Silvana Cappuccio raccontò di aver visto coi proprio occhi gli agenti della polizia penitenziaria picchiare Stefano. Nel corso delle indagini preliminari vengono indagati tre agenti di polizia, Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici, e tre medici, Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti, per non aver proceduto con le adeguate cure mediche. La Procura di Roma contesta ai medici i reati di favoreggiamento, abbandono di incapaci, abuso d’ufficio e falso ideologico; mentre ai tre agenti sono contestati lesioni e abuso di autorità. Nel corso del tempo vengono prima iscritti al registro degli indagati e poi processati altri fra medici e agenti penitenziari.
La sentenza di primo grado del 15 giugno 2013 porta alla condanna di quattro medici dell’ospedale “Sandro Pertini” a 1 anno e 4 mesi di reclusione, del primario dell’ospedale a 2 anni di reclusione e di un medico a 8 mesi per il reato di falso ideologico. Vengono assolti gli agenti penitenziari.
La sentenza d’appello, emessa il 31 ottobre 2014, fa piazza pulita: assolti tutti.
La cassazione dispone l’annullamento parziale della sentenza di appello per il primario Aldo Fierro e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo.
La seconda sentenza d’appello, disposta dalla Cassazione, assolve tutti e cinque i medici perché “il fatto non sussiste”.



Le scuse che non arriveranno mai
A seguito della deposizione dell’atto istruttorio si sono scatenati i due sindacati di polizia Coisp (Coordinamento per le’indipendenza sindacale delle forze di Polizia) e Sappe (Sindacato autonomo per polizia penitenziaria).
Il segretario del Coisp Franco Maccari ha dichiarato: “Cucchi non è morto per un presunto pestaggio e questo conferma la vergognosa montatura mediatico-giudiziaria che per anni è servita a gettare fango su tutte le forze dell’ordine. Aspettiamo le scuse da parte di tutti coloro che – familiari, giornalisti, politici e quant’altro – hanno sposato ad occhi chiusi la tesi dell’uccisione dell’uomo”.
Stessa litania anche dal Sappe, il cui segretario Donato Capece si è pronunciato così: “Noi riteniamo, una volta di più, che tutti coloro che formularono, mediaticamente e politicamente, accuse false e affrettate contro appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria, senza peraltro avere alcuna prova che pure non poteva esserci, debbano farsi un serio esame di coscienza e avere la dignità di domandare scusa”.
A completare il tutto ci pensa l’onorevole Carlo Giovanardi che ha detto: “Ancora una volta i fatti mi danno ragione”. Infatti solo uno come Giovanardi può credere veramente che la ragione della morte di Cucchi sia stata l’epilessia.
Mi ricorda quella volta che da bambino ho spezzato a metà una matita e di fronte a mia madre mi sono giustificato dicendo: “Si è rotta”. E alla domanda successiva “come si è rotta?” ho risposto: “È caduta”. Davvero vogliamo credere che Stefano Cucchi è morto di epilessia e che le lesioni e le fratture riportate sono state causate da delle cadute? Io sono per il rispetto delle sentenze, ma quando un testimone oculare dice che alla richiesta di trasferimento nella cella dello stesso Cucchi un agente della Polizia penitenziaria gli ha risposto di no mimando con la mano il gesto delle percosse, qualche dubbio inevitabilmente sorge.
Un ultimo consiglio per il Coisp, che nel suo comunicato sottolinea la volontà di tutelare la dignità di tutte le forze dell’ordine. Una decina di anni fa fu arrestato dai Carabinieri un pusher che forniva della cocaina all’allora viceministro del Tesoro Gianfranco Miccichè. Miccichè si difese affermando che l’indagine era viziata dal fatto che i Carabinieri erano un “corpo deviato dello Stato”. Non ricordo la solidarietà dei sindacati delle forze dell’ordine verso i Carabinieri. Forse perché a fare tale affermazione fu un viceministro? Ecco, la domanda è: perché in questo Paese se i potenti insultano le forze dell’ordine va tutto bene ma se dei comuni cittadini criticano una sentenza devono sperare poi di ritrovarsi con tutti i denti al proprio posto?

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