Ultime Notizie

Ottobre 1998: la prima volta di Prodi e D’Alema

Esattamente diciotto anni fa sul palcoscenico della politica italiana andò in scena lo spettacolo che distrusse il centrosinistra e che lo condannò definitivamente a cinque anni di opposizione a Berlusconi e alla sua “Casa delle libertà”. Uno spettacolo sul quale si è detto tanto, ma che continua a far discutere, specie dopo il “remake” di due anni fa. Ecco la storia del primo Governo guidato da Massimo D’Alema.


Il 21 aprile del 1996 la coalizione di centrosinistra guidata dall’economista Romano Prodi vince le elezioni politiche. Per la prima volta nella storia della Repubblica si instaura un governo capace di raccogliere il consenso delle forze politiche dalla sinistra radicale ai partiti più moderati con uno sguardo a sinistra. I componenti, poi, della compagine governativa erano nomi di tutto rispetto: dallo stesso Presidente del Consiglio al Ministro della Sanità Rosy Bindi (autrice dell’unica grande riforma in quindici anni del settore sanitario); dal Ministro per i Lavori Pubblici, l’ex magistrato Antonio Di Pietro al Ministro dei Beni Culturali e Ambientali Walter Veltroni.
Le priorità fondamentali del governo riguardavano principalmente la finanza pubblica: di fatti, il primo atto fu quello di varare una manovra correttiva dei conti dello Stato pari a 16mila miliardi di lire (operazione che Prodi sarà costretto a ripetere dieci anni più tardi, dopo la legislatura di centrodestra).
Gli scontri che si manifestavano all’interno della maggioranza erano animati dal Partito della Rifondazione Comunista, guidato da Bertinotti, e la causa era legata alla politica militare e interventista che il governo aveva intrapreso. Rifondazione infatti votò contro la “Missione Alba”, apprezzata invece a destra tanto che passò proprio con i voti dell’opposizione. Nonostante ciò, nei giorni successivi il partito di Bertinotti tornò a dare il proprio sostegno al governo dell’Ulivo.


La seconda crisi causata da Rifondazione Comunista si aprì alla fine di quel 1997 col voto contrario alla Legge Finanziaria: Prodi ne trasse le conseguenze rassegnando le dimissioni, le quali furono però respinte dal presiedete Scalfaro che invitò il governo a presentarsi nelle aule parlamentari. Due giorni dopo la crisi era già rientrata.
Ma il 1997 fu un anno importante soprattutto per un altro motivo: fu l’anno della Bicamerale. L’allora segretario dei Democratici di Sinistra Massimo D’Alema iniziò un dialogo per le riforme costituzionali con il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi. Il 5 febbraio venne eletto Presidente della Commissione proprio D’Alema e, nei mesi successivi, i leader dei principali partiti della maggioranza e dell’opposizione (Franco Marini per i Popolari, Silvio Berlusconi per Forza Italia, Gianfranco Fini per Alleanza Nazionale e lo stesso D’Alema per i DS) si incontrarono stabilire i punti cardine delle riforme in cantiere. L’obiettivo che si prefiggeva allora era quello di trasformare la forma di governo italiana in una repubblica semipresidenziale, attraverso l’elezione diretta del Capo dello Stato. L’incontro più emblematico avvenne a casa di Gianni Letta, braccio destro di Berlusconi e Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in tutti i governi da lui presieduti, che fu ribattezzato “patto della crostata”. In questo incontro, D’Alema avrebbe garantito a Berlusconi di affossare la legge concernente la regolamentazione delle frequenze televisive, concessioni che il governo Prodi aveva già rinviato a data da destinarsi l’anno precedente.
Ma l’obiettivo di Berlusconi era un altro: tornare al centro della scena politica. il governo del professore aveva messo in ombra la figura del Cavaliere e la sua leadership nel centrodestra, al punto che si pensava che la sua breve esperienza politica fosse già arrivata al capolinea. Ma D’Alema, con questo dialogo instauratosi, lo rimise sotto i riflettori e proprio in virtù di ciò Berlusconi, un anno dopo la sua nascita, scrisse la parola “fine” della Bicamerale. Uno smacco per D’Alema, che, come vedremo, è intenzionato a prendersi la rivincita.
Nell’estate del 1998 all’interno di Rifondazione Comunista si aprì il dibattito per decidere se continuare ad appoggiare il Governo Prodi (svolta) o se togliere la fiducia (rottura). Il 3 ottobre, in occasione del Consiglio nazionale del partito, passò la seconda opzione promossa dal segretario Bertinotti, in contrapposizione con la prima sostenuta dal presidente Cossutta. Il giorno successivo Rifondazione uscì ufficialmente dalla maggioranza. Cossutta allora decise di dar vita ad una nuova formazione politica: il Partito dei Comunisti Italiani (PdCi). Ma il sostegno che aveva Prodi si era logorato non solo a sinistra bensì anche al centro, dato che il gruppo guidato dal suo predecessore Lamberto Dini, Rinnovamento Italiano, aveva perso dieci deputati.
Prodi, nonostante gli venne sconsigliata a più voci tale scelta, decise di sfidare Bertinotti e i suoi in aula. La mattina del 9 ottobre la tensione era alle stelle. Silvio Liotta, segretario generale dell’Assemblea Regionale Siciliana, dichiarò il proprio voto contro il governo, in dissenso rispetto al proprio gruppo parlamentare Rinnovamento Italiano. Bisogna ricordare che Liotta fu eletto nelle file di Forza Italia per poi passare successivamente con Lamberto Dini. L’unica speranza fu Tiziana Valpiana, deputata comunista considerata tra i più vicini alla linea di Cossutta e dunque venne dato per scontato il suo voto di fiducia. Ma quella mattina qualcosa cambiò. Iniziò una rincorsa alla deputata, scortata dal collega Franco Giordano, per convincerla a sostenere il governo: prima tentò Mauro Guerra, dei DS, e poi Livia Turco. Ma l’espressione della Valpiana e il suo scuotere la testa non lasciò trasparire alcun dubbio: il suo sarebbe stato il voto determinante per la caduta di Prodi. Per un solo voto (313 contro 312) la mozione non passò e Prodi rassegnò le proprie dimissioni.
Tre giorni dopo, il 12 ottobre, i due segretari dei principali partiti della maggioranza, D’Alema e Marini, si incontrarono per un accordo al fine di evitare le elezioni e continuare l’esperienza di governo del centrosinistra: Palazzo Chigi ai DS con D’Alema, il Quirinale ai Popolari con Marini l’anno seguente. Il proseguimento dell’esperienza di governo comportava però l’appoggio dell’UDR di Cossiga, una formazione che raccoglieva tutti i transfughi del centrodestra e dello schieramento “diniano” per sostenere un Governo D’Alema.
Ma nel 1999 l’accordo DS-Popolari saltò: al Quirinale fu eletto Carlo Azeglio Ciampi, Ministro delle Finanze del Governo Prodi. Il nuovo segretario dei DS Veltroni, anch’egli ministro e vice di Prodi, fece la nomina dell’ex governatore di Bankitalia per far sì che la sua elezione avvenisse (come poi accade) subito al primo turno e con i voti dell’opposizione. La vera vendetta di Prodi arrivò però in occasione delle europee: con il partito I Democratici, creato insieme ad Arturo Parisi, riuscì ad ottenere un buon 7,8%, togliendo voti ai Popolari (fermi al 4,25%, appena sopra la soglia di sbarramento) e ai DS che non superarono il 20% (17,3%).
Dieci anni dopo Prodi tornò a guidare la coalizione di centrosinistra per le politiche. E, come dieci anni prima, si ritrovò nuovamente defenestrato a causa dei suoi.

Prima Pagina on line (www.primapaginaonline.org) - Testata registrata al Tribunale di Bologna, pr. n. 8292 del 06/03/2013. Sito progettato da Templateism.com Copyright © 2011

Powered by Blogger.