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Referendum Costituzionale: i punti che non sono chiari

Dopo il volume Perché No scritto da Marco Travaglio e Silvia Truzzi, è stato presentato il libro Perché Sì: le ragioni della riforma costituzionale, con la prefazione di Maria Elena Boschi. In essa la ministra scrive: “È fondamentale arrivare a questo appuntamento informati, consapevoli della scelta che siamo chiamati a compiere e che ci carica di una responsabilità cruciale. È un’occasione unica per poter scegliere insieme il futuro dell'Italia”. Parole sante. Mi domando però se nel corso di questi mesi anche lei fosse consapevole della responsabilità cruciale che si è caricata sulle spalle.


È importante che i cittadini votino informati (o, come amano dire quelli del Governo, che “entrino nel merito” della riforma) e che il voto non sia sulla persona ma sui contenuti. Inutile negarlo: tante persone vivranno il 4 dicembre come una resa dei conti col premier. Ma è lui che ha personalizzato il referendum sin dall’inizio, e la parola data è quella che conta. Visto che ora non risponde del proprio futuro, a differenza di qualche mese fa dove dava per scontata la vittoria del Sì, e dato che con lui la parola data ha valore soltanto nel momento in cui la dice, bisogna rifarsi alla prima dichiarazione: “Se vince il No, lascio la politica e vado a casa”.
Ma perché i cittadini votino informati è anche necessario smettere di raccontare bugie.
Il referendum è decisivo. Solo insieme potremo decidere, votando Sì, di cambiare la nostra Costituzione. Certamente non la prima parte che resta immutata, ma la seconda, che riguarda l'organizzazione dello Stato”.
Questa riforma della Costituzione sfascia alcuni principi democratici attraverso subdole “furbate” ordite apposta per non dare nell’occhio. La prima parte della Costituzione resta immutata, è vero, ma solo sulla carta. Di fatti, attraverso il terzo comma dell’art. 71 si colpisce il primo articolo, che recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Il terzo comma dell’art. 70 recita così: “Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno centocinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli. La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”.
In sostanza: triplicando il numero di firme richieste per le leggi di iniziativa popolare e rimandandone la discussione “nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari” (formula che vuol dire tutto e niente, tanto che il Parlamento potrà bellamente infischiarsene) la sovranità del popolo viene meno.


Altra bugia: “Per anni i cittadini hanno chiesto di ridurre i costi della politica, di diminuire le poltrone e di avere un apparato pubblico più efficiente, senza essere presi sul serio. Per la prima volta il Parlamento ha ascoltato e ha votato una riforma che riduce il numero dei parlamentari e i costi della politica e che trasforma profondamente le istituzioni. La decisione spetta però adesso a milioni di uomini e di donne. Affinché la riforma diventi realtà occorre che vinca il Sì al referendum”.
Negli ultimi anni è innegabile che si sia ingrossato sempre più il fiume dell’antipolitica, che altro non è se non la politica come dovrebbe realmente essere. Per contrastare questo fenomeno, cercando di guadagnare voti anche su quel fronte, quasi tutti i partiti hanno promesso una netta riduzione delle spese e una lotta ai privilegi della casta. Ma c’è una bella differenza tra combattere sprechi e privilegi e mettere le mani sulla Costituzione. Il Partito Democratico che siede in Parlamento attualmente non è quello del 40,8% di Renzi ma quello del 25% di Bersani: non mi risulta che nel 2013 Bersani avesse promesso di mettere mano alla Carta costituzionale, fingendo di abolire il Senato, tagliare posti e costi della politica e fare una legge elettorale che, attraverso il combinato disposto con la riforma Boschi, consegna al partito vincitore delle elezioni Governo, Parlamento, Quirinale e Corte costituzionale.
La Costituzione è di tutti. È l'insieme dei valori di un popolo. I diritti che essa riconosce sono di tutti e, allo stesso modo, la capacità delle istituzioni di prendere decisioni in tempi utili per rispondere alle esigenze della società non è importante per chi governa, ma per i cittadini e per le imprese, per i lavoratori e per i datori di lavoro. Per tutti noi”.
Parole sante anche qui. Ma come vuole la tradizione renziana rischiano di essere soltanto parole.
La Costituzione sarà di tutti qualora la riforma dovesse essere bocciata dai cittadini; in caso contrario, sarà a completa disposizione del vincitore delle elezioni che, come ricordavo prima, avrà in mano Governo, Parlamento, Quirinale e Corte costituzionale: ogni modifica sarà assolutamente fattibile con estrema facilità.
Sarà l’insieme dei valori del nostro popolo qualora vincesse il No: in caso contrario, il quarto comma dell’art. 71, che per molti potrà anche sembrare insignificante, sbriciolerà il principio cardine non solo della nostra Costituzione ma di qualunque democrazia.
La capacità delle istituzioni di rispondere alle esigenze dei cittadini non dipende dalla Costituzione, ma dalla volontà delle forze politiche di risolvere i problemi dell’Italia. L’allarme disoccupazione non c’entra niente con la Costituzione; il debito pubblico non c’entra niente con la Costituzione; l’immigrazione non c’entra niente con al Costituzione. Se la ministra Boschi e il governo di cui fa parte si fossero concentrati sui veri problemi del Paese, che non risolvi dando una mancia una tantum, magari la situazione sarebbe decisamente diversa.
La parte più preoccupante, però, della prefazione della ministra arriva ora: “La conferma della riforma costituzionale con il referendum non è sicuramente la fine del processo di cambiamento profondo che è in atto nel nostro Paese, ma costituisce la tappa cruciale per poter avere istituzionali che funzionano meglio e strumenti più efficienti per affrontare le scelte e le sfide che ancora ci aspettano per rendere il nostro Paese più moderno”. Dunque aspettiamoci il sequel.

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