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Referendum costituzionale: le ragioni del sì

In procinto del referendum per la riforma costituzionale, gli schieramenti per il #Sì e per il #No stanno animando l’opinione pubblica e i salotti dei programmi di approfondimento. I dibattiti, spesso di chiaro schieramento politico e ideologico, tendono a influenzare negativamente, possibilmente, il giudizio dei telespettatori/lettori verso una particolare e netta presa di posizione.


Dopo quelle del #no, ecco le ragioni del #si
In tal senso, risulta necessaria una premessa: nel 2012 il Parlamento italiano aveva tentato di elaborare un testo di riforma costituzionale senza, tuttavia, riuscirvi a causa dei conflitti generatisi tra le diverse parti politiche. Cosciente di tale limite, il Parlamento stesso decise di incaricare il Governo Letta di elaborare un testo di riforma che potesse incontrare il favore dei diversi partiti e superare, possibilmente, il bicameralismo paritario attualmente vigente. Il Governo Renzi, che ottenne la fiducia delle Camere nel febbraio del 2014 ed esecutivo legittimo da due anni in carica poiché supportato dal rapporto di fiducia fra Parlamento e Governo, continuò quanto iniziato dalla precedente Presidenza del Consiglio elaborando quello che è conosciuto come il ddl Boschi.
I padri fondatori previdero che ogni riforma costituzionale dovesse avvenire per mezzo di una procedura aggravata, doppia votazione in Camera e Senato; il testo di riforma non riuscì a raggiungere la maggioranza dei 2/3 richiesti e, pertanto, così come previsto dall’art. 138 della Costituzione, dopo la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale nell’aprile 2016, componenti di entrambe le camere presentarono istanza per il referendum confermativo o sospensivo oggetto di codesta discussione.



Procediamo con ordine, cosa verrà riformato?
L’elemento principe della riforma è la modifica del bicameralismo paritetico: un grande problema della democrazia italiana è la presenza di due Camere, dei Deputati e del Senato della Repubblica, con medesime funzioni e competenze. Con l’attuale riforma, verrebbero modificate funzioni, composizioni e modalità di “elezione” delle Camere: la Camera dei Deputati sarà costituita da 630 unità e sarà di elezione diretta; il Senato della Repubblica sarà composto da 95 unità di elezione indiretta più 5 senatori a vita, di nomina del Presidente della Repubblica (PdR a seguire) così come previsto dall’art. 59 della Costituzione. Nel ddl NON si contempla alcuna abolizione del Senato; l’elezione indiretta ha destato molteplici preoccupazioni circa un minor grado di partecipazione popolare, timori che non dovrebbe sussistere posto che saranno i rappresentanti locali, di elezione diretta, ad entrar a far parte della Camera alta (salvaguardando, quindi, il principio democratico menzionato). Altro elemento di discussione è l’ammontare dei senatori a vita; l’articolo 59 è da sempre suscettibile di due interpretazioni quali:
- il numero di 5 deve essere rispettato solo per il mandato di ogni PdR (prescindendo dal numero già presente nel Senato e garantendo allo stesso Capo di Stato, qualora riconfermato per più mandati, di nominare 5 “unità” per ciascuno di essi);
- il tetto massimo da rispettare è 5, senza che questo venga superato.
La decisione, in tal ambito, spetta al PdR: Ciampi contenne il numero a 5 per tutto il suo mandato; Napolitano ne nominò solo 5 (che si aggiunsero a quelli presenti) e Mattarella non ha ancora esercitato tale privilegio. Chi vede un limite nella nomina dei senatori a vita nella nuova riforma non tiene in considerazione che questo è da sempre stato il limite del Parlamento italiano con l’unica differenza, però, che il “sistema” vigente prevede 315 senatori e non 100 (totali). Circa le spese che si dovranno sostenere per i futuri senatori, è necessario sottolineare che esiste un’istituzione denominata Conferenza Stato-Regioni, “sede privilegiata del confronto e della negoziazione politica tra lo Stato e le regioni (e le province autonome)... in quanto tale, la Conferenza è un’istituzione operante nell’ambito della comunità nazionale come strumento per l’attuazione della cooperazione tra lo Stato, le regioni e le province autonome”. Le sedute tenutesi nel solo 2015 sono state di 22 con tutte le implicazioni ad esse riferibili che rappresentano un aggravio per le casse pubbliche di notevole importanza e su cui, spesso, si tace.
Il PdR sarà eletto dal Parlamento in seduta comune più tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta avrà un solo delegato. Vengono innalzate le maggioranze dal quarto al sesto scrutinio per l’elezione: maggioranza di due terzi dell’assemblea per i primi tre (invariato); dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea; dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti. L’incremento delle maggioranze (ad un quorum del 60%) è per garantire che il PdR non sia espressione dell’esecutivo. Ad ogni modo, il Capo dello Stato è organo imparziale e super partes, chi dubita dell’imparzialità dello stesso con la nuova riforma ha sfiducia nelle istituzioni.
Per quanto riguarda la funzione legislativa, essa verrà esercitata dalla Camera dei Deputati ma il Senato potrà concorrere “secondo le modalità stabilite dalla Costituzione”. In questa sede, si procederà unicamente a tale distinzione:
- procedura ordinaria: nell’iter di leggi ordinarie, elaborate in seno alla Camera e lì approvate (prima lettura), il Senato potrà richiedere (entro 10 giorni dalla trasmissione) eventuali modifiche al testo legislativo (entro 30 giorni); la legge verrà ritrasmessa alla Camera dove dovrà essere deliberata in via definitiva (terza lettura). I tempi di approvazione, rispetto a quelli attuali, verranno notevolmente ridotti, facendo uscire dal pantano legislativo il Parlamento;
- procedura di revisione costituzionale: per la quale continuerà a sussistere il bicameralismo paritetico attuale. Questo, ovvio, a garanzia della Carta Costituzionale e dell’assetto istituzionale democratico. Per maggiori approfondimenti, rimando a questo link.
Il CNEL e le province saranno definitivamente abolite e il titolo V verrà modificato, riportando allo Stato competenze tanto concorrenti quanto strategiche, distribuite con la riforma del 2001 agli enti territoriali e provocando non poche conflittualità tanto a livello orizzontale (tra regioni) che verticale (fra Stato e regioni). Maggiore controllo verrà esercitato sull’operato dell’Amministrazione locale (comuni, città metropolitane e regioni): in caso di dissesto, gli amministratori regionali e locali verranno allontanati dall’incarico; inoltre, si porrà un limite al compenso dei dirigenti di organi regionali, che non sarà superiore a quello dei sindaci dei capoluoghi di Regione.
I membri della Consulta, invece di essere scelti dal Parlamento in seduta comune, saranno scelti in separata sede, per un totale di 5. Molti hanno avanzato perplessità circa la possibilità che i giudici siano espressione del gradimento politico della maggioranza. A riguardo, questo scenario non rappresenta un arretramento al grado di parzialità attuale: “esiste una prassi che lega i partiti politici e le coalizioni di maggioranza e di minoranza, in virtù della quale si consente che, nel numero complessivo di 5 giudici, la maggioranza sia in grado di indicarne per lo meno 3” (Gruppo di Pisa: 2015). Su tale tema bisogna, pertanto, muoversi con cautela poiché l’imparzialità dipenderà piuttosto dalla cultura politico - istituzionale dei partiti che, nell’eventualità, dovrà essere soppesata dal PdR (organo imparziale).
L’approvazione o meno della riforma costituzionale dovrebbe prescindere dal seguire la linea dettata da un particolare partito politico, contrario al Governo di per sé, e basarsi su un’analisi del contesto attuale e di quello prospettato. Esprimendomi, il sistema vigente non funziona e deve essere riformato. A molti la riforma non potrà piacere, non è perfetta - come ha scritto il professor Angelo Panebianco - ma è meritevole di considerazione.

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