Ultime Notizie

Renzi, il referendum e il peccato originale: ecco perché il 4 dicembre sarà per molti una resa dei conti

Il 4 dicembre andremo a votare al referendum. Anzi, il “referenzum”. Sarebbe opportuno entrare nel merito della riforma che verrà sottoposta al voto popolare: nei miei articoli l’ho sempre fatto. L'ho sempre fatto perché credo che tra la Costituzione e Renzi ci sia una bella differenza quanto a importanza. Ogni tanto qualcuno mi dice che sono prevenuto nei suoi confronti: io rispondo che se una cosa non è ben fatta devo dirlo. In ogni caso, il primo che chiede di discutere nel merito della questione è proprio Renzi.



Ricordo bene il confronto che ha avuto con il presidente emerito della consulta Zagrebelsky da Enrico Mentana. Già nei primi cinque minuti Renzi aveva invitato più volte il professore a “entrare nel merito” e Zagrebelsky lo ha accontentato, ricordando a tutti l’appello della sua associazione "Libertà e Giustizia" nel quale si denuncia il pericolo di una svolta autoritaria. Al che Renzi è partito con la commedia hollywoodiana del ragazzo che incontra il suo mito d’infanzia e ne rimane deluso: “Professore, io ho studiato sui suoi libri. Sentirselo dire da lei, mi dispiace… perché… mi dispiace”. Mancavano solo le lacrime. 
Ma al di là del teatrino drammatico, la risposta di Renzi è stata interessante: “La svolta autoritaria c'è nei paesi dove arrivano i dittatori, non dove si abolisce il Cnel e si tagliano un po' di poltrone. E i poteri del premier non si toccano". 
Ecco la furbata: i poteri del premier non si toccano. Infatti, a far nascere il rischio di una svolta autoritaria, non è la riforma costituzionale presa singolarmente, ma il combinato disposto fra quest’ultima e la legge elettorale. Si dirà che finalmente chi vince governa: e perché, fino a adesso com’è stato? È colpa della Costituzione se i leader non riescono a tenere unite le loro coalizioni? Un conto è governare, un altro è impadronirsi del Governo, del Parlamento, del Quirinale e della Corte costituzionale. E questo Renzi lo sa bene (anche perché l’ha voluta lui).


Renzi inizialmente aveva personalizzato il referendum, dicendo che se avesse vinto il No sarebbe andato a casa abbandonando per sempre la politica. Poi ha fatto una mezza marcia indietro: “Visto che si è incominciato a discutere di me anziché della riforma, allora ho deciso che non parlo del mio futuro”. Troppo tardi comunque: il referendum è, per molti italiani, una questione tra loro e il premier
Il “peccato originale” trova spazio in quel febbraio 2014, quando Renzi, allora sindaco di Firenze e neo-segretario del Partito Democratico, si apprestava a defenestrare Enrico Letta da Palazzo Chigi. In realtà la sua è una continua rincorsa al potere che, col tempo, diventerà un’ossessione: prima con la sconfitta alle primarie del 2012 contro Bersani e poi con la scelta di Napolitano di affidare il governo nelle mani di Enrico Letta nell’aprile 2013. Due sconfitte pesantissime, soprattutto la seconda, che Renzi non riuscirà mai a digerire. 
Subito dopo la vittoria delle primarie per la segreteria del PD, Renzi aveva dato mandato a Dario Franceschini, allora Ministro per i Rapporti con il Parlamento, di dire a Enrico Letta che serviva un rimpasto di governo per riavviare la macchina. Questi riferisce, tanto che è lo stesso Letta a telefonare a Renzi per capire meglio la situazione, ma il Sindaco lo rassicura: “Figurati, Enrico, vai avanti così e poi semmai ne parleremo”. 
Il 10 gennaio Letta riceve Renzi a Palazzo Chigi, e tra una pacca sulla spalla e un sorriso arrivano al punto nodale della questione: Renzi vuole il posto di Letta. Il sindaco lo rassicura ancora una volta dicendosi negato a gestire la situazione, solo gli conferma la necessità di un rimpasto. Neanche il tempo di uscire dalla sede del governo che Renzi, dinnanzi ai giornalisti, si è già rimangiato la parola negando di voler piazzare qualcuno dei suoi nella compagine governativa. 
Letta comincia ad avere dubbi. Se avesse potuto ascoltare la telefonata dell’11 gennaio, giorno del compleanno di Renzi, tra il segretario e il generale della Guardia di Finanza Adinolfi forse la storia avrebbe avuto un altro seguito. “È proprio incapace il nostro amico [Letta]. Non è cattivo, non è proprio capace. Sarebbe perfetto come Presidente della Repubblica, ma quell’altro [Napolitano] non ci arriva al 2016, me l’ha già detto. Vuole andare via nel 2015. A questo punto bisogna fare quelli che la prendono nel c… personalmente”. 
Il 18 gennaio Renzi incontra nella sede del PD Silvio Berlusconi per ratificare il “patto del Nazareno”, del quale non verrà mai mostrato nemmeno un post-it. La scusa è sempre la stessa: discutere delle riforme e della legge elettorale. La sostanza è ben diversa. Renzi infatti, in quella telefonata con Adinolfi, aveva detto che Berlusconi era “sensibile a fare un ragionamento diverso”, ossia approvare una manovra che portasse ad un esecutivo guidato dal sindaco. Berlusconi la fiducia al Governo Renzi non l’ha mai votata, ma ha sempre votato tutti i provvedimenti cruciali dove il Governo rischiava di “andare sotto” coi numeri. E dopo il finto litigio legato all’elezione di Mattarella solo per accontentare il centrodestra e garantire una coalizione per le elezioni successive, il “patto del Nazareno” ha trovato lunga vita grazie alla Forza Italia 2.0 di Denis Verdini ora apertamente schierata con la maggioranza. 
La sera del 12 febbraio Renzi si reca a Palazzo Chigi, ma questa volta l’incontro è assai più breve: “Io da te voglio chiarezza. Vuoi il mio posto? Bene, è tuo, accomodati. Però prenditelo alla luce del sole”. Detto ciò, Letta gira i tacchi e va ad illustrare in conferenza stampa il nuovo patto di coalizione Impegno Italia, ben conscio del fatto che il suo governo ha le ore contate. Renzi, infatti, convoca per il giorno successivo la direzione del Partito dove viene approvato un documento che chiede il cambio della guardia a Palazzo Chigi. Napolitano prega Letta, durante l’incontro dove egli rassegna le proprie dimissioni, di accettare il Ministero dell’Economia nel governo guidato da Renzi, ma Letta spiega che per ovvie ragioni non può proprio farlo.
È interessante però il fatto che Letta voterà Sì al referendum, nonostante i trascorsi tra i due. Prova dunque che il rancore si può superare, o quanto meno metterlo da parte, e discutere nel merito della questione. Letta ha però altresì aggiunto che voterà a favore, ma che Renzi ha sbagliato tutto. Allora qui sorge un altro problema, lo stesso che pongo da quando parlo del referendum: perché farsi prendere in giro? Se una cosa è fatta male, non bisogna sottostare alla logica renziana per cui “meglio poco e male che niente”. No, meglio niente. Meglio lasciare tutto così com’è. Dunque, mettete da parte il rancore e le opinioni sull’uomo e concentratevi sul contenuto della riforma. Certo, se poi mettere da parte il rancore significa diventare un po’ fessacchiotti, allora andate al voto con la rabbia sana che avete in corpo. Perché in fin dei conti, se l’è cercata Renzi.

Prima Pagina on line (www.primapaginaonline.org) - Testata registrata al Tribunale di Bologna, pr. n. 8292 del 06/03/2013. Sito progettato da Templateism.com Copyright © 2011

Powered by Blogger.