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Storia di un bambino ormai nato: una storia di forza e coraggio

“La verità è che io sono un bambino ormai nato. Sono quello che sono, non posso tornare indietro ed essere sostituito.”
Matteo è piccolo, molto piccolo quando decide di venire al mondo. Malgrado siano numerosi i bimbi che, nati prematuri, si sono sviluppati in modo normale, per lui la diagnosi è tanto chiara quanto dolorosa: svilupperà una grave disabilità. Mamma e papà non si perdono d’animo e, malgrado gli occhi della gente siano sempre pronti a guardare con curiosità e desolazione ciò che non si comprende facilmente, cercano di rendere la sua vita speciale, almeno quanto lui, con il suo amore e con il suo essere simpatico e bellissimo, rende la loro piena di incanto e affetto incondizionato.


Storia di un bambino ormai nato racconta le peripezie di una famiglia – dotata di enorme coraggio e immensa forza mentale – che ha dovuto affrontare tantissime difficoltà, in parte legate alla disabilità del piccolo Matteo, in parte alla poca comprensione delle persone. È inutile, una storia vecchia come il mondo: le persone non sempre si approcciano a qualcosa che non conoscono con intelligenza e riguardo. Ed ecco nascere i commenti… fastidiosi quanto una spina nel fianco, fioriscono quando meno lo si aspetta. Si spazia dalle persone che fanno paragoni con i propri figli a quelli che pare siano davanti a una disgrazia da eliminare con un cancellino per lavagne. Ovviamente, non possono mancare quelli che si sentono in colpa per dare peso a frivolezze quando al mondo ci sono cose ben più gravi – tutto questo non capendo la frustrazione e l’irritazione dei diretti interessati.
La storia, raccontata dal punto di vista di Matteo, parla di un cammino lungo sei anni e di questa vita così speciale ma spesso trattata con superficialità.
“Ritengo, dunque, con estrema umiltà, che la mia vita forse potrebbe meritare di essere narrata: chissà mai che, per qualche lettore, essa possa risultare utile anche dal punto di vista formativo, oltre che informativo.”
Con un’ironia che sa di denuncia morale a una società che non è capace di affrontare le cose con maturità, mamma Dina ci fa penetrare nel mondo del piccolo Matteo proprio attraverso i suoi occhi. Scopriamo di un angelo che si è attaccato alla vita con le unghie e con i denti, che ama le canzoni dello Zecchino d’oro, che piange quando non sente la propria mamma vicina – con la sua voce melodiosa, mentre canta qualche conosciuto motivetto – e che si sente defraudato di molte attenzioni da quando è nata Maria, la sua sorellina. Lo scopriamo mediante una nota divertente, quasi a voler esorcizzare la difficoltà e l’amarezza.


“«Però, che polmoncini!» aveva apostrofato un’infermiera. Se si fossero accorti anche che avevo loro rivolto il mio microscopico dito medio, non so cos’avrebbero detto.” leggiamo.
E ancora: “Dopo quattro mesi esatti di degenza, al reparto di neonatologia ormai avevo suscitato l’affetto e la simpatia di tutto il personale infermieristico e un certo timore reverenziale da parte degli altri neonati, che mi vedevano come l’anziano della compagnia (non escludo che temessero atti di nonnismo da parte mia).”
 “Credo che tutti abbiano pensato che le dita delle mie mani fossero bizzarramente piegate a causa della mia spasticità, invece io facevo realmente le corna quando li incontravo (tradizione di famiglia)!”


Con tono scherzoso, ci fa comprendere l’ansia e l’angoscia... un’ansia e un’angoscia nate perché il peggio è dietro l’angolo, perché non sempre tutto va per il verso giusto e si può attaccare una foto in un muro di ospedale per ringraziare dato che dopotutto è andato tutto a gonfie vele, perché comunque malgrado tutto si combatte e si morde perché la vita è questo: amare da morire e con la certezza di donare tutti se stessi.
Poi il sapore dell’ironia diventa più amaro di una medicina per la tosse: “In realtà io, a quell’epoca, sarei stato libero cittadino da un pezzo… è che mi avevano tenuto in osservazione ancora per un po’, perché avevo il bruto vizio, ogni tanto, di non respirare.”
Un’analisi accurata di chi ci si ritrova attorno, dà una grande medaglia ai bambini: solo loro sono capaci di guardare il mondo da un’altra prospettiva, solo loro sanno minimizzare le cose non per depredarle di importanza ma per regalare un sorriso, solo loro ridimensionano questa nostra sete di riflessione senza se e senza ma – anche quando da riflettere c’è ben poco, e da parlare ancora meno.
Matteo è la luce dei propri genitori e della piccola Maria. Matteo è un esempio di energia e di dolcezza. Matteo, nel suo essere gioioso e così attaccato alla vita, è un soffio d’aria pura.
E io ringrazio la mamma che ha spiegato in modo così profondo ciò che ha vissuto, che vive e che vivrà. La ringrazio perché mi ha regalato la sua esistenza, perché dalle sue parole io posso trarre un po’ di energia e perché infonde coraggio. La ringrazio perché ha trasmesso a tutti noi lettori l’amore per la creatura che ha portato in grembo e che accompagna in questo difficile cammino chiamato vita. La ringrazio perché in ogni virgola è chiaro che ciò che prova è più forte di qualsivoglia muro. La ringrazio perché nella sua ironia macchiata di sdegno e di collera c’è la speranza di cambiare l’intero mondo per renderlo meno frivolo, superficiale.
La ringrazio perché l’amore che traspare da ogni virgola è così intenso e profondo da far venire la pelle d’oca… è come se uscisse dal libro, ci avvolgesse e ci cullasse.
“Come potrebbero i miei genitori pensare di vivere senza di me? La loro vita ora è rappresentata dalla mia presenza e non potrebbe più essere diversa da come è. Ormai sono nato, così mi amano e basta.”
Un amore ovvio, inconfutabile, irrinunciabile. Un amore che sa di serenità e abbracci, di dondolii in un altalena e di salti in un tappeto elastico. Un amore che sa di “Le tagliatelle di nonna Pina” e di canzoni cantate sotto voce mentre si riempie lo stomaco. Un amore che sa di bagnetti e di biciclette adattate. Un amore che è così e basta, senza bisogno di spiegazioni o domande o risposte. Un amore che dà oltre che ricevere.
Chiudo con un passo della prefazione, un passo che mi ha emozionata particolarmente:
“A parte gli scherzi… quello che voglio dire è che le parole non sono altro che contenitori dentro i quali puoi mettere quello che vuoi: io, nelle parole handicappato, disabile, diversamente abile, tetraplegico, etc mi metto dentro mio figlio: e per questo che esse diventano parole “vive”, parole relative a tutto un mondo, un mondo pieno di un amore che non è spiegabile con il linguaggio della normalità.”  

Titolo: Storia di un bambino ormai nato
Autore: Dina Vaccari
Editore: Book Sprint Edizioni
Pagine: 80
Anno: 2016


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