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Il mondo delle Madri, una breve riflessione sulla violenza alle donne

Basta soltanto la violenza fisica per dichiarare una donna vittima di femminicidio? Gli uomini maltrattano e uccidono donne per eccesso di amore o di odio? Accecati dalla gelosia o da una forma di rancore patriarcale arcaico spesso inconscio si scagliano contro la donna per scaricare tutta la loro frustrazione, la loro rabbia, il loro amor proprio ferito. Ma ritornando alla domanda iniziale, quale risposta è auspicabile e come o cosa bisogna rispondere?


La violenza fisica è certo brutale, terribile, spaventosa ma la violenza psicologica non è da meno. Acido che sfigura il volto, colpi di ogni genere che spezzano ossa, coltellate che lacerano la carne, proiettili di arma da fuoco che penetrano nel corpo per dare una morte lenta e un'agonia inimmaginabile. Noi donne subiamo tutto questo da parte degli uomini, spesso senza motivo, senza una ragione o un perché. Eppure ci sono parole e frasi, comportamenti e modi che fanno ancora più male perché contribuiscono a farci perdere l'autostima e a demolire di colpo o a passi misurati la nostra dignità e personalità. 
Quante volte ho subito umiliazioni di ogni sorta per il solo fatto di essere donna e, ancor di più, per essere intelligente, colta, emancipata, libera, con una mente aperta, uno spirito pronto e un cuore pulsante di vita e di voglia di fare e di cambiare! Ma mi si potrebbe perfino obiettare: però tu vivi in una realtà socio-culturale sottosviluppata, in un ambiente privo di risorse, di stili di vita civili e democratici, di senso etico in ogni campo dell'umana realtà... E allora? È lecito che io, come donna, subisca vessazioni, derisione, o peggio, esclusione ed emarginazione in ogni senso? No, non lo è mai. 


Se qualcuno mi colpisce per il mio essere donna io grido, urlo affinché tutti sentano, vedano e possano comprendere che anche in società degradate e in zone depresse una donna, qualunque donna, ha il diritto di vivere tranquilla e di esprimersi senza impedimenti. Urlo e urlo, e corro sulla sabbia gialla del deserto. Cammino fra dune alte come montagne, sferzata dal vento che porta lontano il mio grido: alle nazioni, ai popoli, alle genti dove ci sarà pur qualcuno che lo udrà e vorrà fare qualcosa per aiutare me e milioni di altre donne dovunque schiave, prigioniere che subiscono violenza nel più oscuro e indifferente dei silenzi. Cammino, a tratti corro, a tratti mi fermo... non posso urlare al mondo perché non ho più voce (l'uomo ha fatto anche questo: ha reciso di netto le mie corde vocali). Ma il silenzio parlerà per me. Sì, sarà proprio il silenzio che propagherà nel deserto l'eco delle mie parole di protesta e di denuncia, di rivolta e di novità. 


Io sono una donna e tu sei un uomo. Io voglio vivere, gioire, amare. Tu vuoi colpirmi e uccidermi, nel corpo e nell'anima, perché non sopporti la mia essenza. Eppure adesso lascia cadere quell'arma e seguimi nel mondo delle Madri che ha dato vita a tutte le cose.

Francesca Rita Rombolà

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