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Trump promette muro anti-immigrati. Ma il muro USA-Messico esiste già

Messico, confine con gli Stati Uniti - Quando i cancelli si aprono la gente si riversa allegra lungo la stretta striscia di terra arida e desertica. Chi corre incontro alla propria madre, chi spera di incontrare un amico, chi cerca un figlio, chi aspetta un amore. Braccia che si tendono in avanti consapevoli di non poter essere saziate. Sì, perché a pochi metri dal cancello si leva ancora più alta un’altra barriera, questa volta di metallo. Una doppia rete di ferro con fessure minuscole attraverso cui riesce a passare a malapena un dito. Ma tanto basta per avere un contatto, anche minimo, con chi si ama. Volti schiacciati contro la parete, risate che nascondono l’angoscia più nera, dita che si spingono oltre le fessure intrecciandosi a promessa di abbracci e baci che verranno. Sembrerebbe l’esordio di un romanzo o il trailer di un film ben riuscito. Invece è la nuda realtà. Una realtà che si ripete sempre uguale ogni fine settimana al confine tra Messico e Stati Uniti dove, forse con sorpresa di molti, un muro esiste già ormai da oltre dieci anni. 



Ufficialmente prende il nome di “Mexican Wall”, ma da queste parti lo chiamano più realisticamente il “Muro della Vergogna”. Tutto ebbe inizio nel 2006, quando l’amministrazione Bush approvò il “Secure Fence Act”, un provvedimento che avviava la costruzione sistematica di un muro di separazione lungo oltre tremila chilometri che avrebbe definitivamente segnato il confine fisico con il Messico. L’obiettivo era quello di ridurre l’immigrazione irregolare da parte delle popolazioni messicane e sudamericane. Un lavoro grandioso dai costi elevatissimi: cinque milioni di dollari per ogni miglio di lunghezza. 


Consapevole dell’inefficacia difensiva messa a punto dal suo predecessore, il neo-presidente Obama sospese nel 2011 i finanziamenti federali per il completamento del progetto. La recinzione, tuttavia, non fu abbattuta ed oggi si estende per ben mille chilometri. Una vera e propria barriera di cemento armato si leva al limite delle città di San Diego ed El Paso, rispettivamente in California e Texas, mentre mura di metallo e legno, sormontate da filo spinato o elettrificato completano qua e là il disegno. 


Nelle zone desertiche, invece, esistono le cosiddette “barriere virtuali”, ovvero linee di demarcazione apparentemente prive di recinzioni fisiche ma sorvegliate a distanza da telecamere e sensori monitorati dalla polizia. Sono ventimila i poliziotti impiegati nella difesa dei confini. L’effetto ottico che ne deriva è sorprendentemente simbolico: da una parte il paesaggio urbano, l’universo capitalista e progredito, il mondo dello sviluppo, del denaro, dell’innovazione; dall’altra una distesa arida e selvaggia, dove la Natura ancora non si è arresa ai perversi meccanismi del progresso.


Il massiccio dispiegamento di forze messo in atto non basta ad evitare i tentativi d’ingresso irregolare da parte di clandestini messicani. Secondo stime ufficiose, ogni anno il confine è attraversato da circa cinquecentomila clandestini nella disperata ricerca di un lavoro e una vita migliore. “Il mio Paese non mi dà quest’opportunità”, spiega una giovane donna intervistata dalla BBC, che quasi ogni fine settimana raggiunge il confine messicano per incontrare la madre anziana. E a proposito della scelta di emigrare negli Stati Uniti: “Dico sempre ai miei bambini che questo è il prezzo da pagare. È triste, è difficile, ma faccio tutto questo per loro”.


La questione immigrazione è oggi uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Donald Trump. L’aspirante Presidente ha promesso di riportare indietro tutti gli undici milioni di immigrati irregolari sudamericani presenti sul suolo statunitense, contro i due milioni e mezzo espulsi durante il mandato Obama. Trump ha parlato più volte di muri e barriere, dimentico che proprio a causa di quel muro muoiono ogni anno circa cinquecento persone. Per evitare le barriere, infatti, molti scelgono di attraversare le zone desertiche, morendo di fame e di stenti. Non solo. È stato osservato che la costruzione del muro ha contribuito ad accrescere in maniera esponenziale le attività malavitose e criminali, non solo legate al contrabbando di droga e armi sul mercato statunitense. Trafficanti spietati (i cosiddetti coyotes) hanno impiantato i loro business sul trasporto irregolare di clandestini stipati come merci in camion bui e senz’aria, per poi abbandonarli a se stessi nelle aree desertiche. Altri si sono persino adoperati nella costruzione di tunnel che s’inabissano nel deserto messicano e spuntano su territorio USA. 

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