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Gioventù nel limbo: i NEET e le risorse sprecate

Non studiano, non lavorano e non si formano, sono la generazione in bilico tra il fare e il voler fare

Il fenomeno NEET (Not in Education, Employment or Training) è emerso alla fine degli anni '90 nel Regno Unito, dove la Social Exclusion Unit individua, per la prima volta, gruppi di giovani né frequentanti un istituto di formazione, pur essendovi iscritti, né lavoratori. Secondo un più recente studio, la problematica ha successivamente investito diversi Paesi a livello mondiale, quali Europa, America, Asia e, ‘l’etichetta’ di NEET è stata applicata a segmenti di popolazione sempre più ampia, arrivando ad includere giovani appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 15 ed i 29 anni coinvolti in percorsi formativi e lavorativi ‘precarizzati’. 



Le situazioni più allarmanti in Europa le troviamo in Italia, che si piazza al primo posto, seguita da Grecia e Spagna (fonti OECD). Secondo il rapporto annuale dell’Istat "nel 2015 i giovani di 15-29 anni non occupati e non più in formazione (Neet) sono più di 2,3 milioni, di cui tre su quattro vorrebbero lavorare. Rispetto al 2008, i Neet sono aumentati di oltre mezzo milione ma nell’ultimo anno sono diminuiti di 64 mila unità (-2,7 per cento)". 
Ma quali sono le cause che hanno portato allo svilupparsi di questo fatto sociale? Ce ne parla Maria Stella Agnoli, docente ordinario di sociologia generale presso “La Sapienza” di Roma: “Più che di cause si tratta di fattori predittivi, individuati nel disagio sociale, economico e culturale come situazioni di esclusione ed emarginazione di famiglie disagiate per una questione finanziaria, di disoccupazione, immigrazione e, purtroppo, anche di disabilità”. 
Da questo quadro generale si possono configurare i costi sia a livello economico sia a livello sociale e psicologico che investono i Paesi interessati. Uno studio dell’Eurofound ha evidenziato, in ambito economico, due tipi di costi, quelli per le finanze pubbliche che inglobano l’indennità di disoccupazione, gli assegni familiari, i sussidi per l’alloggio e gli incentivi correlati all’istruzione; quelli per le risorse, quali perdite derivanti dai sussidi o indennità sociosanitarie inerenti alle famiglie o ai singoli individui: in Italia il costo annuale dei NEET come percentuale del PIL è dell’1,7%.
Scoraggiamento, sfiducia nelle istituzioni, disaffezione verso la formazione, ‘fuga di cervelli’ e conseguente perdita di risorse umane e forza lavoro sono invece i danni psicosociali causati dalla situazione vissuta dai NEET. “La cruda verità è che i NEET sono a carico delle famiglie, spiega ancora Agnoli, e questo non porta ad altro che alla psicologizzazione dei fatti sociali marginalizzando, così, la responsabilità strutturale che i governi hanno sul fenomeno demoralizzando ancor più i giovani. Bisogna trovare delle soluzioni che possono contenere il problema, come agevolare il reinserimento dei giovani in un percorso formativo o lavorativo, ad esempio, in Italia, dal 2014 è in vigore il piano Garanzia Giovani che ha proprio questo scopo”.


La prolungata inattività porta gli individui ad isolarsi, spesso in casa, e ad una perdita di interesse in una futura formazione. Insoddisfazione e bassa autostima sono all’ordine del giorno, ed alimentano il circolo vizioso di uno stato d’animo già malinconico ed angosciato. A tal proposito parla M.M., che si trova nella condizione di NEET da circa un anno: “Una volta finita la scuola, i giovani in attesa del primo impiego sono tagliati fuori poiché ancora alle prime armi o perché non trovano un lavoro adatto alla loro preparazione dato che le aziende cercano personale già formato e con esperienza. Questo mi scoraggia molto. Per la maggior parte del tempo sono in casa. Cerco di tenermi occupato aiutando in casa o come posso ma questo sminuisce la mia persona e le mie abilità. Ho frequentato un istituto professionale e vorrei che le mie attitudini fossero riconosciute e messe alla prova. Vorrei che lo Stato scommettesse di più sui giovani. Aumentasse i finanziamenti o agevolasse l’ingresso nelle imprese in modo da creare più opportunità e, magari, dando possibilità alle nuove aziende di fiorire creando ulteriori posti di lavoro portando, chi ci lavora, anche ad una crescita professionale”.
Urge, dunque, predisporre misure di intervento in base alle specifiche categorie. Bisogna lavorare soprattutto su sistemi di istruzione e formazione che siano di migliore qualità e comunichino tra loro, introducendo approcci innovativi, che seguano le esigenze del mercato del lavoro, rendendo più fluida la reintegrazione degli individui all’interno di un contesto di istruttivo/formativo in modo da garantire o quanto meno agevolare l’entrata nel mondo del lavoro. L’Europa ha deciso di intervenire, in modo concreto, su più fronti adottando misure adatte a tamponare il problema della disoccupazione. Nel 2013 è stato approvato il principio della Garanzia Giovani, un piano che permette ai giovani fino ai 25 anni di usufruire di un’offerta di lavoro, apprendistato o tirocinio entro i 4 mesi dalla fine degli studi o dall’inizio della disoccupazione. Inoltre, è stato istituito un fondo di sei miliardi di euro per l’IOG (iniziativa per l’occupazione giovanile) avente lo scopo di sostenere e finanziare le regioni in cui è più ostico trovare lavoro. Informare è senz’altro il primo e forse anche il miglior modo per affrontare questa complessa realtà sociale.

Federica Giua

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