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L'anniversario di Cenerentola. C’era una volta, o forse mai: principesse senza scarpetta e serie TV

L’8 dicembre del 1950 Cenerentola comparve per la prima volta nelle sale italiane. Non è stata solo Cenerentola, ce ne hanno raccontate molte altre, di favole. E ce le hanno raccontate così bene che quasi non ce ne rendiamo conto, oggi, delle conseguenze. Mai ci verrebbe da pensare che l’illusione del vivremo felici e contenti, cui sembra gli esseri umani tendano in un modo così naturale, possa, seppur in minima parte, essere stata nutrita e alimentata pian piano. Fin da quando scoprivamo delle principesse e del loro principe. Che si tratti di una scarpetta di cristallo o di un paio di Manolo Blahnik, la storia sembra continuare a ripetersi. Certo adesso è ancora più difficile poter pensare che una serie TV perfettamente ancorata alla realtà ci stia invece raccontando una bugia, o tante. Eppure, l’aggettivo che Carrie Bradshaw preferisce adoperare per descrivere tutto ciò che concerne la vita da single non è forse “favoloso”? 


Noi siamo le principesse, e il principe azzurro dovrà pur essere da qualche parte.
Facciamo un esempio pratico di come può dispiegarsi questo meccanismo con il quale la cultura si insidia nei nostri comportamenti e va a intaccare e a congelare emozioni che reprimiamo pur di avere il finale da fiaba.
Hannah è la protagonista di Girls, una serie TV creata, prodotta e interpretata da Lena Dunham nel 2012 e proposta sulla rete HBO. Impossibile mentre la si guarda non pensare a Sex and the City, trattandosi di quattro amiche, seppur più giovani, che vivono a New York, affrontano discorsi sugli uomini e vivono relazioni sentimentali spesso disastrose.
La cultura produce di continuo discorsi sulla realtà, siano essi film, libri, talk show o spot pubblicitari. Secondo il semiologo russo Jurij Michajlovič Lotman: "Ogni testo contiene quella che possiamo chiamare un’immagine del pubblico. Essa agisce attivamente sul pubblico reale diventando per lui un codice normativo, che si impone alla sua coscienza. Trasferendosi dall’ambito del testo alla sfera del comportamento reale, questo codice diventa norma dell’idea che il pubblico ha di sé".


Sex and the City è stato un testo di grande successo esportato praticamente in tutto il mondo tanto che si è giunti a parlare di “fenomeno Sex and The City”. I testi della cultura, lungi dal porsi come semplici luoghi discorsivi, agiscono sulla società, istruiscono la nostra immaginazione, la plasmano, indirizzandoci verso alcune scelte. Inconsapevolmente, il pubblico di Sex and the City è stato educato da un linguaggio, per citare Barthes, che non è né innocente né puro. Interessante chiedersi, a tale proposito, dove risieda il successo del testo e cosa il pubblico abbia appreso e condiviso.
Ecco, sembra che Girls possa spiegarci un paio di cose.
Il legame che unisce Girls e Sex and The City ha la natura di un dialogo, di una chiacchierata tra donne. È come se il primo testo rispondesse alle infinite domande che come un filo rosso collegano tutti gli episodi del secondo. 
L’idea di femminilità che emerge da Sex and the City ha rappresentato sicuramente un modello culturale, nonostante le contraddizioni in essa racchiuse, la vita da favola ha convinto una grossa fetta di spettatori. Il pubblico che è cresciuto in numero di stagione in stagione ha creduto potesse prima o poi accadere davvero, ha creduto che essere favolose potesse essere sufficiente. Un bicchiere di vino, un paio di scarpe e la vita va avanti.
Poco importa se la favola raccontata sia o meno una storia d’amore, un discorso post-femminista sulla sessualità femminile liberata o lo svelamento delle dinamiche di potere soggiacenti alle relazioni affettive moderne: la generazione di Hannah è cresciuta con gli inganni di Carrie.
Vediamone le conseguenze.

Il tema della moda, i quartieri dell’Upper East Side, gli eventi mondani e la limousine di Mr Big sono scomparsi. Resta il mondo brutale della realtà, dove avere rapporti non protetti significa contrarre malattie sessualmente trasmissibili, dove il voler diventare una scrittrice passa per infiniti stage non retribuiti, dove lasciare il proprio fidanzato storico per noia significa restare sole e dove la solitudine, quell’essere single che le ragazze di Sex and the City ci avevano fatto credere essere sempre e comunque favoloso, si rivela essere difficile e doloroso. Dove una storia instabile con un uomo egoista, sebbene possa un giorno trasformarsi in una storia d’amore, può avere, nel frattempo, ripercussioni sull’equilibrio psicologico di chi la vive. 
Sex and the City rappresenta il “codice”, così come esso è definito da Eco, attraverso il quale le eroine di Girls prendono alcune decisioni e ne rifiutano altre, in una parola, vivono. Esso rappresenta per loro un sistema di istruzioni, un insieme di “già detti” che istituiscono pratiche. 
Per fortuna Hannah e le sue amiche portano le ferite della disillusione ma vivono in un universo finzionale, cos’è successo, invece, nel mondo reale alle ragazze cresciute con la favola di Carrie e con quella di Cenerentola? Come hanno potuto sopportare il peso della verità quando hanno scoperto che Mr Big non è in grado di amarle e che il principe azzurro poi alla fine non esiste per davvero? 

Mariateresa Antonaci

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