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L'inquinamento luminoso: l'assillo dell'umanità nell'era post-moderna

Nel 1988 negli Stati Uniti d'America venne creata l'Associazione per la Protezione del Cielo Notturno (International Dark Sky Association), un qualcosa a dir poco sorprendente se si pensa a ciò che per l'uomo ha significato alzare gli occhi al cielo e guardare le stelle.


"Solo dopo aver studiato a fondo i moti celesti potremo stabilizzare i moti che, in noi, continuano a vagabondare" - scrive Platone nel Timeo. E l'astronomo Tolomeo conferma: "Lo so, sono mortale e duro solo un giorno, ma quando seguo gli astri nella loro corsa circolare i miei piedi non toccano più terra, e io mi avvicino a Giove stesso per saziarmi di ambrosia come fanno gli dei".
Un tempo si voleva imitare il cielo, lo si contemplava, lo si temeva, lo si riveriva come sede dell'Aldilà, luogo della speranza e del mistero ma era impensabile pretendere di proteggere quello spazio chiuso dalla manipolazione dell'uomo. L'impensabile è diventato, oggi nel ventunesimo secolo, indispensabile ora che la luce artificiale è divenuta dominatrice delle notti di città e metropoli, di villaggi in pianura e di borghi sperduti tra valli e montagne. A causa dell'inquinamento luminoso gli uccelli migratori vanno a fracassarsi contro i grattacieli illuminati, le piccole tartarughe di mare, dopo che si schiudono le uova, sono attratti dai siti balneari illuminati invece di precipitarsi in mare e, Jan Holan, astronomo dell'osservatorio "Niccolò Copernico" di Brno, in Repubblica Ceca, dice di trovare sempre più difficile osservare le stelle perfino con un buon binocolo. 


A essere penalizzata è l'intera umanità in quanto, per usare i termini dell'Associazione menzionata, "il cielo stellato è la nostra unica finestra aperta sull'Infinito". Da ciò l'inaudita esigenza che la notte, capolavoro in pericolo, venga dichiarata, in un certo senso, "patrimonio dell'umanità". Forse il termine "patrimonio" non va propriamente inteso nel senso di ricchezza comune, bene pubblico, eredità di tutti, comprese le generazioni a venire, come nel caso del mare o della terra minacciati di prosciugamento o di esaurimento delle risorse se l'attenzione a preservarli non fa in tempo a mitigare il rapporto di dominio che l'uomo ha nei confronti della natura; qui si chiede che il cielo notturno resti, o piuttosto, ridiventi una realtà esterna, una componente della vita di cui non ci si può appropriare. Si tratta, alla fin fine, di trasferire all'umanità una responsabilità nuova. Ma questa paradossale responsabilità post-moderna consiste nel rimettere l'umanità in balìa della notte. E la nostalgia che traspare da questa rivendicazione non è la nostalgia del luogo natale ma la nostalgia dell'Altrove. 
Noi tutti, ormai, siamo gli eredi, i beneficiari e i continuatori della civiltà dell'Illuminismo, ovverosia della repulsione nei confronti dell'oscurità. Ma l'esuberanza, in eccesso e quasi senza freni, stanca e in molte comunità umane del pianeta illuminato provoca la strana sensazione di essere depredati dell'indispensabile. Da questa spoliazione, dall'esperienza stessa di questa privazione nasce l'idea insolita e il desiderio imprevedibile di salvare l'oscurità per restituire alla notte almeno parte del suo eterno mistero. In questo particolare momento vicinissimo alle festività del Natale e di Capodanno le città, grandi e piccole, i villaggi e i luoghi più sperduti di tutto l'Occidente fanno bella mostra (talvolta davvero eccessiva) di luminarie a tema, sfolgoranti, sfavillanti e variegate che si aggiungono a quelle presenti nelle notti di tutto l'anno. Di sicuro creano un'atmosfera gioiosa, di festa... ma se, anche per caso, si alzano gli occhi al cielo quanto si riesce a vedere dell'oscurità notturna e delle stelle che la puntellano donandole, da sempre, tutto il suo fascino e tutto il suo mistero?

Francesca Rita Rombolà

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