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Referendum costituzionale: viva la partecipazione democratica

Quattro anni fa, in occasione delle primarie del centrosinistra, saliva alla ribalta un giovane politico allora sindaco di Firenze. “Un uomo in grado di suscitare tante speranze e tante attese” per citare quello che, col passare del tempo, sarebbe diventato uno dei suoi più acerrimi rivali: Massimo D’Alema. Quel politico aveva uno stile molto giovanile, girava in camper, era molto facile avvicinarlo per scambiarci due parole (all’epoca di incoraggiamento). Utilizzava uno slogan semplice ma efficace: adessoIn un anno quel giovane politico riuscì a conquistare il suo partito e un mese dopo anche il Governo perché “ossessionato dal potere”, per citare il suo predecessore Enrico Letta. 


Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni europee. Di fronte a un Grillo più carico che mai, quel giovane politico sapeva di dover partorire in poche settimane un qualcosa che gli facesse recuperare un minimo di popolarità. Con i famosi 80 euro e tante belle parole sull’Italia e il suo ruolo all’interno dell’Europa, colpevole di troppa indifferenza e chiusa ormai nelle logiche economico-finanziarie, vinse con il 40,8% dei consensi. 
Da quel momento quel giovane politico cominciò una cavalcata inarrestabile verso il suo obiettivo: la riforma costituzionale. “Riduzione dei parlamentari, superamento del bicameralismo perfetto, abbattimento dei costi della politica” prometteva. Se fosse stato così semplice, un esito del genere non si sarebbe neanche immaginato: avrebbe vinto il sì con estrema facilità. Purtroppo per lui la maggioranza degli italiani non si è lasciata abbindolare da un quesito con un fine leggermente ricattatorio (“Se gli italiani diranno no a questo quesito, si avrà per sempre l’alibi per non fare più riforme come questa") e ha detto no a questa riforma. Non al cambiamento, che non è comunque positivo a prescindere, ma a questa riforma in particolare. Quando ne verrà presentata una che prevederà una decisa riduzione di costi e posti della politica, gli italiani si esprimeranno certamente in modo diverso. 
E mentre questo giovane politico ora lascia Palazzo Chigi, le opposizioni esultano inneggiando alla vittoria della democrazia. Un piccolo appunto: anche se avesse vinto il sì sarebbe stata una vittoria della democrazia. Democrazia significa che la sovranità appartiene al popolo: la maggioranza degli italiani ha votato no, ma nulla impediva che quel 60% potesse essere rappresentato dal fronte del sì. Diciamoci la verità, un po’ tutti hanno personalizzato questo referendum. Perché non si festeggia per una vittoria del genere esaltando la democrazia: si festeggia perché una brutta riforma è stata bocciata dal popolo italiano che, evidentemente, ha molta più coscienza di quanto non si creda, vista anche l’enorme affluenza.


E, parlando di affluenza, questo è forse l’unico merito che questo giovane politico può vantare: aver mobilitato milioni e milioni di cittadini, in cerca di quella legittimazione popolare mai ricevuta. Questo era il senso (sbagliato) della personalizzazione (sbagliata) del referendum. La Costituzione non è di una parte politica. La Costituzione è di tutti. E ieri lo si è dimostrato alla grande. Fa più male sapere che la maggioranza delle persone non è andata a votare, invece di sapere che la maggioranza delle persone non vota come te. Ora che l’Italia ha recuperato la cosa più importante, la partecipazione popolare, cerchiamo di preservarla. 
Le dimissioni sono un atto sbagliato ma necessario. Sono un atto che deriva dalla personalizzazione di un bene comune, quale una consultazione referendaria. Sembrava che con la vittoria del no dovesse arrivare l’Apocalisse, che questo Paese fosse condannato all’oblio. Invece l’unico dato di fatto è che quel giovane politico che risponde al nome di Matteo Renzi ha mantenuto un impegno preso. 
L’ho seguito con grande attenzione in questi mesi dei governo e ho imparato una cosa da lui: la parola data vale solo nel momento in cui la si pronuncia, poi si fa l’esatto contrario. Per chi si è recato al seggio elettorale ponendosi come unico obiettivo quello di mandarlo a casa dico che è legittimo festeggiare, ma che ho la sensazione che non finirà qui. Perlomeno non subito. 
Nei giorni precedenti al referendum il nostro giornale ha pubblicato una sorta di istruzioni per l’uso, illustrando ai lettori la riforma costituzionale passo dopo passo, articolo per articolo. Un grazie sincero da lettore, prima ancora che da collaboratore, al direttore e all’intera redazione per il lavoro svolto. 
Nelle ultime settimane non ho più scritto nulla, un po’ per motivi personali e un po’ perché avvertivo tutta l’importanza dell’evento. Il mio lavoro, nel mio piccolo, spero di averlo fatto quantomeno decorosamente. Non ho fatto mistero del mio voto, delle ragioni del mio no e dei perché le ragioni per votare sì fossero, dal mio punto di vista, incompatibili con il quesito cui siamo stati sottoposti. Ma proprio perché ho votato per difendere la sovranità popolare e perché essa non venisse espropriata, avrei accettato con estrema serenità anche il risultato opposto, senza proteste né ricorsi. 
Sono tanti gli italiani che hanno votato sì. Sono molti di più quelli che hanno votato no. Ma a tutti loro va il mio modestissimo grazie per essersi recati alle urne ed aver esercitato una pratica che a tanti italiani, non molto tempo fa, è costata il prezzo della vita. 
La vera vittoria è stata la partecipazione democratica. In mezzo a tutte le recenti polemiche penso che non ci potesse essere finale migliore se non questo: aver onorato il ricordo di chi ha combattuto per lasciarci un’Italia libera e democratica. 
Non so, dunque, cosa accadrà ora. Non so chi sarà il prossimo Presidente del Consiglio. Non so quale Governo nascerà. Non so nemmeno se nascerà un Governo. So però che il 4 dicembre del 2016, in un senso o nell'altro, rimarrà nella storia di questo Paese.

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