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Il cinema cruento del regista giapponese Shohei Imamura

"Amo tutti i personaggi dei miei film, anche i più grossolani o frivoli. Voglio che ogni mia inquadratura sia espressione di questo amore"

Shohei Imamura nasce a Tokyo nel 1926. Dopo essersi dedicato al teatro, comincia a interessarsi di cinema, attratto dalla possibilità di poter documentare i cambiamenti radicali della società giapponese. Ex assistente di Ozu e influenzato dal lavoro di Kawashima, Shohei esordisce alla regia nel 1958 con "Stazione Nishi Ginza" e "Desiderio inappagato" che preannunciano già i suoi temi portanti e si segnalano per la loro estetica quasi barocca. 



In una sua intervista del 1965 a Cahiers du cinéma, Imamura dichiara: "Voglio sposare, con tutte le mie forze, questi due problemi, la parte inferiore del corpo umano e la parte inferiore della struttura sociale". Egli realizza, successivamente, il suo primo film importante, "Porci, geishe e marinai" (1961), in cui la protagonista è una prostituta che vive nei pressi di una base navale americana. Seguono due film in cui sviluppa una serie di metafore "cruente e bestiali" che trattano temi scottanti come lo stupro in un lungo viaggio nelle profondità dell'inconscio; i film in questione sono: "La donna insetto" (1963) e "L'anguilla" (1997). 


Nel 1983 vince la Palma d'Oro a Cannes con "La ballata di Narayama" a cui seguono "Zegen"(1987) e "Pioggia nera" (1989).
Il cinema di Imamura si mostra fin da subito di lettura complessa, forse a causa di un linguaggio surreale e per uno stile di narrazione lento e parco di dialoghi. Egli sembra voglia quasi incarnare, nel proprio modo di fare cinema, la metafora di un'umanità violata insieme al dramma di un'identità incerta sfocianti sempre in una realtà cruenta che talvolta sembra disgustare mentre altre volte attrae, forse in modo morboso, senza tuttavia rendersi mai difficile alla comprensione, oscura nei tratti e scadente nella rappresentazione della propria crudezza.

Francesca Rita Rombolà



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