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Stati Uniti, la marcia delle donne che ha dato voce alla rivoluzione silenziosa

La maggior parte delle testate giornalistiche hanno concentrato l’attenzione mediatica sugli ultimi avvenimenti statunitensi, alternando il focus di interesse fra due eventi storici tra di loro paralleli e conseguenti: il giuramento di Trump quale 45° Presidente degli Stati Uniti d’America e la marcia delle donne, o proteste anti-Trump che dir si voglia. 



In un mio articolo (l’ascesa del populismo trumpiano, déjà vu o novità, ndr) ho discusso sulle ragioni che hanno permesso l’ascesa di Trump alla presidenza. La vittoria del magnate newyorkese è semplice e complessa al tempo stesso: semplice poiché è chiaro che il neoeletto presidente è riuscito a dar sfogo alla frustrazione di una parte di società - “the people” - che aveva fatto grande la storia d’America – Make America great again – e che era stata abbandonata e marginalizzata dalle forze democratiche nonché piegata dalla crisi economica; complessa poiché la sua vittoria si insta in due fenomeni, il movimento antiglobalizzazione e la controrivoluzione culturale.
Ma cosa intendo con controrivoluzione culturale? Ebbene, a partire dal 1970 Ronald F. Inglehart sostenne che stava avendo luogo un cambiamento nella scala di valori intergenerazionali; in tal senso, sarebbe maturato uno “scontro”, un cleavage, fra le vecchie generazioni che priorizzavano valori prettamente materialistici e di utilità economica, e le nuove che ponevano, invece, l’accento su altri valori - post-materialist values - priorizzando l’autonomia, l’espressione del sé e la qualità della vita. Questo cambio di rotta, maturatosi sino ad oggi e ancora in fase di evoluzione, sarebbe dipeso dalle mutate condizioni sociali in cui l’individuo andava a costruire il sé. L’assenza di insicurezza economica o fisica, ossia l’entrata nell’era post-industriale, avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella creazione del tessuto sociale nel quale sarebbero stati promossi valori come libertà di espressione, eguaglianza di genere e di razza, eguali diritti per i LGBT e salvaguardia dell’ambiente. Tale cambiamento era in realtà una rivoluzione silenziosa – silent revolution – e avrebbe influito, fra le tante, anche sulla decisioni della classe politica. La società attuale è un chiaro riflesso di quanto descritto. 



Oggi, tuttavia, la silent revolution sta scontrandosi contro coloro i quali, vecchie generazioni e fasce della popolazione meno istruite, rimangono fortemente ancorati ai valori tradizionali e costituiscono, di fatto, la base su cui si poggiano i populismi europei attuali nonché il Presidente Trump. Non è un caso, infatti, che fra le prime disposizioni impulsate alla presa di potere vi siano state modifiche alla Obamacare e agli impegni assunti per la lotta ai cambiamenti climatici. 
Le marce tenutesi nei giorni precedenti hanno dato voce alla silent revolution: le milioni di donne scese per le strade marciavano in difesa dei nuovi diritti, protestavano contro la xenofobia, la misoginia, l’ineguaglianza e il tradizionalismo. Fra le esponenti mediatiche che hanno partecipato alle marce e hanno dato espressione al sentimento predominante, in un'altalena tra estremismo e moderatezza, il messaggio perpetrato era di facile intuizione: non si doveva permettere di tornare indietro e si doveva “lottare”, anche mediante maggiore attivismo politico, affinché i risultati ottenuti nel corso di anni non venissero scardinati.
La polarizzazione della società civile e della politica attuale è ormai evidente; tuttavia, negli Stati Uniti ha assunto una diversa matrice: Trump, in quanto populista, ha frapposto se stesso e la parte del popolo che si identifica nei suoi valori contro l’establishment in primis e contro chi si riconosce nei valori democratici, contro le nuove generazioni, di riflesso. Quest'ultime, tuttavia, non hanno permesso alla demagogia di convertirle in attore passivo, ricettore silenzioso delle accuse mosse, bensì si sono attivate affinché questo non accadesse: sono diventate la voce di quella rivoluzione che pensava di non dover urlare per poter farsi ascoltare.

Annalisa Posteraro

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