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Usa, la magistratura frena Trump: sospeso il provvedimento anti-immigrazione

Due settimane dall’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca e gli Stati Uniti sono sull’orlo di una crisi costituzionale. A giurarci sono i democratici ed alcuni membri dello stesso partito repubblicano a cui appartiene il Presidente. 


Venerdì, infatti, il giudice federale James Robart è intervenuto per bloccare il provvedimento emanato da Trump lo scorso 25 gennaio che vietava a tempo indeterminato l’ingresso negli USA dei cittadini provenienti da Iran, Iraq, Siria, Somalia, Libia, Yemen e Sudan. “Il provvedimento colpisce i cittadini residenti nei settori del lavoro, dell’educazione, degli affari, delle relazioni familiari e della libertà di viaggiare”: queste le motivazioni del giudice. Robart, giudice federale dai tempi di George W. Bush che gli assegnò la carica nel 2004, ha accolto un ricorso presentato dagli stati di Washington e Minnesota e, di conseguenza, ha annullato l’ordine esecutivo del Presidente su tutto il territorio americano. Si è aperto così uno scontro diretto tra la magistratura e la Casa Bianca, mentre l’opinione pubblica si spacca in due. Infatti, nonostante le furiose proteste negli aeroporti e le vistose manifestazioni che hanno attraversato gli Stati Uniti in questi ultimi giorni da New York a Los Angeles, secondo recenti sondaggi il 47% degli americani sostiene che il bando emesso dall’integerrimo Trump sia un’azione favorevole volta a scongiurare il pericolo di attentati nel Paese. Non la pensano così i firmatari del ricorso, Washington e Minnesota, che hanno posto l’accento sul rischio di separare le famiglie, danneggiare le centinaia di studenti che frequentano le università americane e creare danni ai settori produttivi che vedrebbero ridotta la possibilità di avere lavoratori disponibili. Secondo l’ex direttore della CIA, cofirmatario di una dichiarazione a sostegno della libertà di circolazione assieme agli ex segretari di stato John Kerry e Madeleine Albright, il provvedimento è del tutto “inefficace, pericoloso e controproducente”.





Contro Trump anche novantasette aziende del settore tecnologico, tra cui Google, Facebook, Microsoft, Apple e Netflix, che hanno presentato un documento alla corte d’appello di Seattle incaricata di decidere sul da farsi in cui affermano, secondo quanto riporta la rivista online Internazionale, “l’importanza degli immigrati nell’economia e nella società sottolineando che la decisione di Trump danneggia i loro affari e viola le leggi sull’immigrazione e la costituzione statunitense.” 
Per il momento, dunque, la situazione pare tornata alla normalità ed alle forze dell’ordine è stato dato ordine di “attenersi alle regole”. “Non riesco a credere che un giudice possa mettere in così grande pericolo il nostro Paese”, twitta furioso Trump. “Se succede qualcosa incolpate lui ed il sistema giudiziario. Ho dato istruzioni alla sicurezza nazionale di controllare attentamente chi entra nel nostro Paese. I tribunali stanno rendendo davvero difficile questo lavoro”. E commenta disgustato: “Le persone entrano in massa ora. Pessimo!”

Che cosa prevede l’ordine esecutivo emanato da Trump lo scorso 25 gennaio?
- divieto d’ingresso negli USA per i cittadini provenienti da Iraq, Siria, Libia, Somalia, Yemen, Sudan e Iran (anche coloro in possesso della carta VISA che permette di entrare nel Paese senza visto in caso di viaggi di lavoro o turismo di durata non superiore ai 90 giorni);
- sospensione temporanea dell’ammissione di tutti i rifugiati eccetto quelli appartenenti a “minoranze religiose a rischio”, ovvero di religione cristiana;
- divieto di ingresso a tempo indeterminato per tutti i rifugiati siriani, senza alcuna distinzione religiosa;
- tetto massimo d’ingresso annuale di 50.000 rifugiati negli USA.

Per il suo carattere fortemente intransigente e discriminatorio verso i cittadini dei sette Paesi a maggioranza musulmana il decreto esecutivo di Trump è stato ribattezzato “Muslim Ban”, ovvero “Messa al bando dei musulmani”. Secondo il presidente americano, tuttavia, non si tratta di una discriminazione ma di un tentativo di garantire la sicurezza nazionale arginando la circolazione di quelle persone provenienti da “aree a rischio”, ovvero da zone controllate o presenziate massicciamente dall’Isis.

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