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Dal proprio nido alla vita: il poemetto in versi liberi di Fabio Strinati ispirato a "Miracolo a Piombino"

In questo poemetto in versi liberi, ispirato a Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi, tanti parallelismi, metafore più o meno nascoste, paragoni più o meno evidenti. 
C’è la rondine, un animale a cui tutti vorremmo assomigliare. Una rondine forte, che sfida il cielo plumbeo che è presagio di morte, grigio di un grigio che odora di cupa tristezza, di mestizia tanto forte da mozzare il respiro. Una rondine affabile e gentile, pallida ed educata. Una rondine che “è elegante, e vede il cielo (il suo cielo) come un aldilà facilmente raggiungibile, anche se distante”. Una rondine che danza e si tinge del vuoto, che ti parla – malgrado non sempre ci si senta pronti per ascoltarla – e che è il polline del cielo. Una rondine libera… libera da ciò che lega noi uomini, noi uomini così presi da sconforto e angoscia da non essere capaci di spiegare le grandi ali per volare nel cielo di un’esistenza che non tornerà. 


C’è l’eterna contrapposizione tra giovinezza e maturità, con la consapevolezza che la prima, quando parte e ci abbandona, non torna più. È il tema portante, la giovinezza. 
C’è il freddo dell’inverno che rispecchia quello del cuore. L’inverno, quello vero, è quando il ghiaccio invade l’anima. Quando non si riesce a sorridere; quando le piogge creano quell’atmosfera scura e misteriosa e sepolcrale, tanto ripugnante da gelare il sangue nelle vene; quando i lupi ululano e i nuvoloni tetri entrano dentro gli occhi fino ad appannarli. È un freddo che odora di solitudine, questo, un freddo che profuma di neve e di lago, che rimanda alla fine, che lascia i deboli da soli. 
C’è il paesaggio, un paesaggio di campagna che sa di normalità. Case che non sono modeste ma modestissime, rosmarino, cespugli di more, legna tagliata in agosto. Tranquilla normalità, mite quiete: ecco cosa si intravede tra le virgole e i punti di una natura raccontata e bramata.  
C’è il mare, potente e infinito nelle sue immense onde. Sfida il cielo, osa farlo perché è spaventoso e lontano come il tempo che passa. Un sassolino tirato diventa quasi un’anima distratta e sola che penetra nel blu sempre più blu delle creste ondulate. 
C’è la poesia e un inno ad essa e a ogni nuova alba che nasce. 
“Prima di imparare a volare, dobbiamo saper usare bene le nostre ali... prima di diventare vecchi, dobbiamo conoscere bene la nostra giovinezza; è da lì che noi tutti veniamo!” scrive l’autore. 
C’è tutto questo, ma c’è anche di più. 
Noi lettori siamo testimoni – mano a mano che il testo prosegue – di una sofferenza potente, un’infelicità che, difficile da arginare, mangia una parte di noi quando si insinua nei più profondi anfratti del cuore. Con maestria e grande tatto, viene descritta un’afflizione cupa, una mestizia che mozza il fiato. 
“Ero come una rondine stanca di volare, di scrutare i tanti scrigni nel cielo, le pergamene antiche degli alberi; ero come una rondine affannata, seppur affamata di quella curiosità che solo la vita, e un volo di libertà possono saper esprimere, con poesia e sublime musicalità d’intrecci e colori mai illusori...ero quella rondine emaciata, che soffriva la presenza di muri e di perimetri, che mi soffocava il cuore, dentro quel mio corpicino fragile e smunto!”
Ha fame, il protagonista della narrazione, ha sonno; è stravagante, maleodorante. Si sente inadeguato in mezzo alla gente. Ecco perché vorrebbe essere quella rondine, quella che ha tanto osannato. Lei sì, sì che sa volare senza cadere. Sì che sa affrontare la vita, la vita vera di quando si cade e ci si sbuccia le ginocchia. Sì che sa evitare gli ostacoli e i problemi e le barriere e gli inconvenienti. Il protagonista è senza identità, senza sole; è fragile, debole. È magro, di una magrezza che gli fa sembrare difficile fare una carezza o riceverla e di una spossatezza che non gli rende possibile agguantare un violino per suonare e rendere il mondo migliore. In questo momento, in questo sconfinato attimo passato a precipitare nella morte, gli alberi sono spettrali, la morte incombe. 


Riguardo la morte, poi, ci sono tanti passi importanti. Aleggia, come una presenza, in tutto il componimento. Cimiteri tenebrosi, carogne che puzzano, lapidi che si stagliano come fossero presagi di sonno eterno. 
In particolare, è affascinante il modo in cui viene presentato Monte Corsegno. Crea ansia, agitazione. Dà voglia di fuga, paura – pura e semplice – e tachicardia. 
E noi, mentre la lettura prosegue, ci rendiamo conto di essere in balia delle stesse paure del protagonista della narrazione. Ci perdiamo nelle parole e nei silenzi – quelli che sono più densi dei suoni. 
È un’unione dolorosa, quella che si crea tra la nostra mente e quest’opera fin dai primi versi. È un’unione che dà dolore, sofferenza. Un’unione necessaria. Sarà impossibile non connettere il nostro cuore con queste parole… ci immergiamo nella lettura, ed è subito pena, travaglio. Racconta a lungo, scandagliando l’animo umano a fondo. Ne rimaniamo colpiti, ammaliati. 
Chiudiamo, prima di fare qualche domanda al protagonista, con l’ultima parte del poemetto, quella con cui si chiude il sipario.
“Il vento è un suono così sottile, così
invisibile, che sa essere custode
e  padre al tempo stesso:
il vento è quel treno di ferro
che ti accoglie nel suo viaggio,
facendo scendere ad uno ad uno,
i fantasmi che ti porti dietro!
Nel vento possiamo volare,
leggiadri come piume,
sereni come il cielo
oltre quella linea longitudinale...
oltre un mare lontano,
saggia è la vecchiaia,
matura la tua rondine madre!”


Fabio, quando è nata la tua passione per la scrittura? 
La passione per la scrittura è nata quando ho capito che la vita va vissuta dentro l’anima, ancor prima che fuori. Su questa terra siamo di passaggio e in qualche modo dobbiamo lasciare un pezzettino della nostra anima su questo luogo (dimensione?) e sperare che viva poi in eterno. Per questo ho deciso di iniziare a scrivere. Quando scrivo proietto la mia anima non sul foglio di carta, ma all’infinito che mi circonda.

Cosa vuol dire per te fare poesia? 
La poesia è una “cosa” impossibile da fare. La poesia esiste già. Tutto quello che possiamo fare, come uomini, come poeti, è di capire quanto sia profonda la poesia. La sua profondità ci permette di far emergere in superficie quei nostri sentimenti più nascosti. La poesia va rispettata dalla prima all’ultima parola.

Come ti sei sentito durante la stesura del poemetto?
Il poemetto è stata un’esperienza pregna di energia e di significato. Mi sono sentito libero di esprimermi attraverso un versificare di ampio respiro. Molto spesso mi sento addosso delle catene; in questo caso, la leggerezza, la naturalezza e la spontaneità di guardarmi dentro per scovare i ricordi più distanti, mi hanno aiutato a spezzare quelle pesanti e rugginose catene. Quindi posso dire con orgoglio che mi sono sentito finalmente un uomo. Un uomo vero.

Come mai la rondine? Ha qualche valore per te?
Ho scelto la rondine perché Gordiano Lupi nel suo romanzo Miracolo a Piombino ha scelto il gabbiano e quindi, sono stato costretto a trovare un uccello della sua stessa eleganza. Poi, vivendo in campagna, ammiro le rondini per il loro coraggio; mi piace osservare come, dentro quella loro forma perfetta, si nasconda un coraggio fuori dal comune.

Quanto ti ha ispirato l’opera di Gordiano Lupi? 
L’opera di Gordiano Lupi mi ha profondamente ispirato, sotto ogni aspetto. Il mio poemetto è un’opera derivata. Quando ti immergi totalmente in una lettura, come ho fatto io, il rischio è quello di rimanerne estremamente colpito. Poi c’è da sottolineare che Miracolo a Piombino è un romanzo che non ha punti deboli: la forma e il contenuto sono come suoni all’interno di uno spartito, e questo equilibrio riesce a farti godere delle sue meravigliose virtù.

Vedevo che sei anche un compositore e pianista… ci racconti un po’ dei tuoi trascorsi?
Io ho iniziato ad avvicinarmi alla musica all’età di circa 6 anni. Ascoltavo moltissima musica. Pensa che il disco di Bob Dylan “Desire” l’ho ascoltato 8 volte di seguito, e avevo 10 anni. Poi un giorno, mi fu regalata una tastiera della roland e così iniziai a strimpellare due note qui, due note là... Poi, col pianoforte ci fu l’amore totale. Premetto che amo tutti gli strumenti, ma il pianoforte è quello più completo. Il merito di questa mia forte passione per il pianoforte è sicuramente di Fabrizio Ottaviucci. Mi ha fatto capire come le reali potenzialità dello strumento passassero non dalla tecnica, ma dall’anima. Lo strumento parla e ascolta; noi suoniamo.

Hai qualche nuovo progetto in mente?
Di progetti in mente ne ho tantissimi. Per ora l’unico sicuro, è potare la vigna, e tirarci fuori del buon vino. Un brindisi a tutti voi.


Dal proprio nido alla vita è un poemetto che ho deciso di scrivere incrociando sulla mia strada la scrittura di Gordiano Lupi. Ho avuto il piacere di leggere per ben cinque volte Miracolo a Piombino, e così, immergendomi a pieno in quella letteratura poetica, profonda, a tratti stilisticamente perfetta, ho cercato di prendere in mano la mia penna e di scrivere su carta la mia anima, dopo quelle cinque letture assidue e terapeutiche, che mi hanno profondamente aperto un mondo. Sfogliando Miracolo a Piombino, pagina dopo pagina, mi rendevo sempre più conto che quello era il libro che avevo sempre desiderato di scrivere. Un romanzo perfetto, un connubio di odori, sapori, stati d’animo e sensazioni, che mi hanno permesso nel mese di settembre, di intraprendere questo viaggio personale, di scoprirmi dentro, non tanto come poeta e scrittore, ma come ragazzo prima, e come uomo dopo.”


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