Ultime Notizie

Democratici’s Karma: la destra nuda balla!

Il Festival di Sanremo 2017 ha segnato la vittoria di Francesco Gabbani e ha lanciato ufficialmente il tormentone Occidentali’s Karma. Una canzone allegra, con un ritmo orecchiabile e un testo tutt’altro che scontato. 
Occidentali’s Karma racconta la società occidentale – soprattutto quella italiana – costantemente alla ricerca di nuovi mondi, nuove culture tutte però da adattare alla nostra. E allora ecco che la scimmia deve tornare nuda: deve potersi scoprire per apparire come è. "Essere o dover essere, il dubbio amletico". 


Nello scorso fine settimana si è riunito a Torino il Partito Democratico in vista delle primarie di fine aprile. Questa assemblea, più di altre interviste, ha segnato il ritorno dell’ex premier Matteo Renzi. Un ritorno che certamente non è passato inosservato: sicuramente non a Bersani, D’Alema e agli altri protagonisti della scissione. Ed è proprio dalla scissione che voglio partire. La scissione era inevitabile, inutile girarci intorno. subito dopo il risultato del referendum, la minoranza aveva dettato le condizioni per evitare lo strappo: o congresso o scissione. Renzi ha fatto un passo indietro, dimettendosi da segretario e aprendo ufficialmente la fase congressuale nella quale si vedrà contro il suo ex guardasigilli Andrea Orlando e il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano. A questo proposito, gli scissionisti, sia quelli dell’ultima ora che quelli un po’ più datati (Civati), dicono che Orlando e Renzi sono due facce della stessa medaglia. Vista l’esperienza di governo che li ha legati potrebbe anche darsi, ma il vero pericolo per il Partito Democratico è il simpatico Emiliano. Sorridente, gentile, sempre pronto al dialogo e talvolta alla lotta, Emiliano ha dato la peggior immagine di sé utilizzando la tipica tattica renzista del "chiagne e fotte" (Enrico stai sereno). Alla vigilia dell’Assemblea Nazionale del PD che ha visto le dimissioni di Renzi dalla segreteria, Emiliano aveva partecipato alla manifestazione organizzata dagli altri due protagonisti della scissione nonché possibili concorrenti alle primarie democratiche: Roberto Speranza e il governatore toscano Enrico Rossi. In quell’occasione Emiliano aveva usato parole di fuoco contro Renzi e il Partito, salvo poi fare marcia indietro il giorno seguente in Assemblea. Quando nella sera di domenica, insieme a Rossi e Speranza, ratifica di fatto la scissione, due giorni dopo fa presente che parteciperà alla Direzione del partito che dovrà fissare la data del congresso. Una volta sicuro che Speranza e Rossi avrebbero lasciato il PD, si è fatto avanti proponendosi come l’anti-Renzi. Certamente nelle proposte e negli atteggiamenti il governatore pugliese è assai diverso dall’ex segretario, ma nei metodi, almeno in questo caso, ha lasciato un po’ desiderare, portando indietro le lancette della politica di tre anni. 
Ma torniamo alla scissione. Non era pensabile che il PD restasse unito, anche perché di fatto, dall’avvento di Renzi alla guida del partito, non lo era mai stato. Il problema era Renzi. L’aut-aut “o scissione o congresso” non aveva alcun senso; anche perché, come lo stesso Renzi ha detto nel corso dell’Assemblea, nessuno avrebbe potuto impedirgli di candidarsi. Poniamo che vinca lui il congresso: se la minoranza avesse deciso di restare, saremmo stati punto e a capo. Questa della scissione era una decisione che avrebbero tranquillamente potuto prendere molto tempo fa: meglio tardi che mai. Ora Renzi, rientrato dalla pausa californiana, è pronto a tornare in campo e far ripartire il PD. Per l’esattezza, vuole far tornare a casa il PD, come recitava lo slogan del Lingotto. Già, ma quale casa? Il Partito Democratico è un partito che tiene insieme la cultura democristiana con la tradizione comunista. Una forza di centro-sinistra, erede dell’Ulivo, il progetto targato Romano Prodi affossato dai suoi stessi alleati. Su questo Renzi non ha torto, attaccando chi oggi rimpiange la coalizione prodiana dimenticandosi di averne causato la fine, ma dimostra anche di avere poca memoria, poiché a sostegno del suo governo c’erano Verdini e Alfano, ex fedelissimi di Berlusconi. 


E a proposito di Berlusconi, un paio di settimane fa aveva lanciato un duro attacco verso Beppe Grillo, ricordando la sua condanna per omicidio colposo a seguito di un incidente stradale. Eppure quando aveva bisogno dell’appoggio di Forza Italia per le riforme e la legge elettorale non mi pare che si fosse fatto scrupoli nel sottoscrivere il famoso Patto del Nazareno con un condannato in via definitiva per frode fiscale interdetto dai pubblici uffici. 

Renzi ha parlato di giustizialismo, dicendo che i processi devono essere fatti nelle aule giudiziarie e non sui giornali, e ha preso le difese del Ministro dello Sport nonché braccio destro ed amico personale Luca Lotti, a proposito dell’inchiesta Consip, inneggiando al garantismo. Ma quello di cui si è fatto ultimo staffettista non ha nulla a che vedere col garantismo: quello che da anni, specie dal '94 in poi, la politica porta avanti si chiama impunitarismo. Un cittadino raggiunto da un avviso di garanzia per pedofilia non è necessariamente colpevole: il processo servirà apposta per accertarsi circa la sua colpevolezza. Ma quanti gli affiderebbero comunque i loro bambini con l’alibi che nessuno può essere ritenuto colpevole fino a sentenza passata in giudicato? Perché la politica non può trarre le decisioni adeguate senza dover attendere le sentenze della magistratura? E soprattutto, perché Renzi che vuole da sempre rompere con il passato non prova a portare questa ventata rivoluzionaria all’interno del suo partito? Perché la questione morale fu Berlinguer a sollevarla, non Berlusconi. 

Prima Pagina on line (www.primapaginaonline.org) - Testata registrata al Tribunale di Bologna, pr. n. 8292 del 06/03/2013. Sito progettato da Templateism.com Copyright © 2011

Powered by Blogger.