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Flessibilità sul lavoro: opportunità oppure sacrificio?

Come l’uomo cambia lavoro, il lavoro cambia l’uomo.


L’evoluzione delle imprese nel corso del Novecento ne ha permesso la crescita in senso spaziale, le grandi aziende si sono frammentate nel territorio creando nuove sedi distaccate. L’andamento altalenante della domanda ha fatto in modo che si producesse solo su richiesta. Il successo organizzativo di questo principio e gli ingenti risparmi che ne derivarono, fecero sì che questo fosse adattato anche nell’impiego della forza lavoro. Si inizia a parlare, dunque, di flessibilità dell’occupazione, tramite cui l’azienda si fa carico di variare la quantità dei suoi impiegati in base al proprio ciclo produttivo con contratti di lavoro atipici (contratti a tempo determinato, part-time, lavoro interinale, job on call, lavoro a progetto, lavoro ripartito) caratterizzati da minori protezioni normative e sociali; differente è la flessibilità della prestazione, secondo la quale le fasce orarie e le condizioni di lavoro sono sottoposte a variazioni, in concomitanza con il modo di procedere della produzione. 


La flessibilità è una medaglia a due facce, infatti, ha la potenzialità di divenire qualcosa di estremamente positivo e virtuoso poiché ogni lavoratore può accrescere le proprie competenze professionali - spiega il dott. Pierluigi Lido, esperto di psicologia delle organizzazioni e dei servizi - ma questo dipende dall’azienda che lo accoglie, se è più improntata alla produzione o al benessere dei suoi dipendenti. Laddove le abilità lavorative richieste sono basiche e la natura del lavoro è semplice, la forza lavoro è facilmente reperibile sul mercato e di conseguenza, intercambiabile. Dunque c’è il rischio che la flessibilità non dia opportunità ma trasformi il lavoro in un’attività noiosa e poco gratificante”. Questo aumenta il rischio di precarietà, il costo umano maggiore dei lavori flessibili, una condizione sociale e umana derivante dall’incertezza di un lavoro sicuro. “A livello psicologico questi continui trasferimenti di sede possono comportare una mancata sicurezza del lavoratore causando nei confronti dell’azienda un basso ‘commitment’, ovvero un basso impegno provocato dall’assenza di una prospettiva e da una mancata trasmissione di valori” conclude il dott. Lido.


Si può ottenere una flessibilità sostenibile? ‘Flessicurezza’ è la risposta, la strategia portante della politica dell’occupazione coniata in Danimarca, che cerca di coniugare flessibilità e sicurezza, anteponendo la sicurezza dell’occupazione a quella del posto. L’employment policy danese si caratterizza per l’elasticità nello stipulare e concludere contratti a tempo determinato, promuovendo una maggiore mobilità all’interno del mercato del lavoro, inoltre è garantito un equo sussidio ai disoccupati, che tramite politiche attive sull’occupazione vengono reintegrati all’interno del mondo lavorativo. Questi "ammortizzatori sociali" sono attivi anche in Italia, ma risultano essere molto inferiori rispetto a quelli degli altri Paesi europei.

Federica Giua

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