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La legge è uguale per tutti... ma non per chi la fa

La giornata di giovedì 16 marzo ha visto in Senato il salvataggio del senatore di Forza Italia Augusto Minzolini. Già direttore del Tg1 fino al 2011, due anni più tardi Minzolini è entrato in Parlamento con un’indagine per abuso d’ufficio, per la quale poi è stato condannato in primo grado alla fine del 2013, e un processo per peculato, la cui sentenza di Cassazione era arrivata nel novembre 2015. La condanna è di due anni e mezzo. 


Il 6 dicembre 2012 fu promulgata la Legge Severino per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella Pubblica Amministrazione. Tale legge apportava modifiche al Codice penale e a quello civile; lo stesso giorno della sua promulgazione il Governo Monti emanò un decreto legislativo sull’incandidabilità e il divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo nel caso di sentenze definitive per delitti non colposi. L’incandidabilità è prevista per tutti coloro i quali abbiano subito condanne superiore a due anni. La prima volta che venne messa in atto fu in occasione della decadenza di Berlusconi. Condannato in via definitiva per frode fiscale il 1° agosto 2013, il 27 novembre, dopo vent’anni di attività parlamentare, fu dichiarato decaduto da senatore. Allora il Partito Democratico votò a favore della decadenza: "È un dovere nei confronti della legalità" - dichiarò il capogruppo PD Luigi Zanda. Lo stesso Luigi Zanda che il 16 marzo, conclusa la votazione su Minzolini, alla domanda sul perché avessero salvato un pregiudicato, ha risposto al giornalista: "Usi le parole adatte". "Noi – ha spiegato Zanda – sulle decisioni della Giunta (delle elezioni, nda) lasciamo libertà di voto". 
A questo punto sorgono automaticamente due domande: la prima, quali sono le parole adatte per definire il salvataggio di un pregiudicato? E la seconda: perché quando si trattò di Berlusconi il Partito Democratico non lasciò libertà di voto? In fondo era lo stesso Partito Democratico che continuava a ripetere che le vicende giudiziarie di Berlusconi non dovevano rientrare nella battaglia politica. A cosa è dovuto, dunque, questo improvviso cambiamento? La risposta è molto semplice, e si chiama Patto del Nazareno. 
Diventato segretario del PD, Matteo Renzi, nel gennaio 2014, incontrò nella sede del Partito Silvio Berlusconi per scrivere la legge elettorale e le riforme costituzionali. Nel frattempo Renzi diventa Presidente del Consiglio e Forza Italia, per un anno, veste i panni del “soccorso azzurro”, poiché con i suoi voti salva più di una volta il Governo. Avanti così per un anno, tanto che Berlusconi incontra altre otto volte Renzi ma a Palazzo Chigi. Arriviamo al febbraio 2015, quando viene eletto Sergio Mattarella come nuovo Capo dello Stato. Berlusconi va su tutte le furie: Renzi non ha aperto una discussione con lui, ma ha deciso il giorno prima dell’inizio delle votazioni il nome del candidato PD, ordinando ai suoi parlamentari di votare scheda bianca nei primi tre scrutini in modo da evitare impallinature come accadde due anni prima con Prodi. Viene così dichiarato rotto ufficialmente il patto tra i democratici e Forza Italia. Ma molti nutrono dei sospetti su quanto sia davvero reale questa rottura. Ora Renzi non è più a Palazzo Chigi e non è più nemmeno segretario del Partito, eppure si parla di “voto di scambio” tra PD e Forza Italia. Ecco, quel voto di scambio non è altro che la prosecuzione del Patto del Nazareno. Ma dovuta a cosa, ci si domanderà, dal momento che Renzi non è più al Governo? Anche qui la risposta è molto semplice e porta il nome di un signore che del Governo Renzi, sia pure nella sua ombra, ha fatto parte: Luca Lotti


Luca Lotti fa parte del cosiddetto “giglio magico” di Renzi, ovvero di quella ristretta cerchia di persone che da Firenze lo hanno seguito a Roma nell’avventura di Governo. Al momento della sua formazione, Lotti era stato scelto come Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria e Segretario del Comitato interministeriale per la programmazione economica, un organo composto dai ministri dell'economia, per gli affari esteri, dello sviluppo economico, delle politiche agricole, delle infrastrutture e trasporti, del lavoro e politiche sociali e presieduto dal capo dell’esecutivo. Nel dicembre 2016 è stato nominato Ministro dello Sport nel Governo Gentiloni. Una decina di giorni dopo l’insediamento del nuovo Governo, è uscita la notizia che il Ministro Lotti risultava indagato per violazione di segreto e favoreggiamento. Il numero uno di Consip Luigi Marroni, nominato da Renzi, in qualità di persona informata sui fatti, a proposito dell’inchiesta riguardo possibili episodi di corruzione sull’appalto più grande d’Europa, ha fatto il nome di Lotti e del generale dei Carabinieri Saltalamacchia circa la fuga di notizie sull’indagine. Uno di loro due avrebbe rivelato a Marroni la presenza di cimici all’interno degli uffici della Consip, le quali sono state prontamente rimosse. Pochi giorni fa, sempre al Senato, è stata respinta la mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle con 161 no, 52 sì e due astenuti. Gli scissionisti del Partito Democratico, che hanno creato il gruppo Democratici e Progressisti, non hanno partecipato al voto, mentre gli appartenenti al gruppo di Denis Verdini ALA, i quali non avevano dato la fiducia a Gentiloni per la mancanza di un loro esponente all’interno della compagine governativa, hanno votato contro. Insieme a loro anche Forza Italia, la cui giustificazione è stata che delle indagini e dei processi loro non ne fanno utilizzo per la battaglia politica; la verità l’abbiamo vista nella giornata del 16 marzo.
La questione, però, è ben più grave delle logiche interne ai partiti: qui c’è una violazione della legge. Al termine della votazione Minzolini ha detto che è pronto a dimettersi. Due considerazioni: primo, avrebbe potuto farlo anche prima; secondo, l’abbandono della carica di senatore non sono una cortesia che viene fatta, ma un atto obbligatorio per legge. Per meglio dire, di una legge votata da PD e Forza Italia della quale ora se ne infischiano. Ma il messaggio che lasciano passare è tanto importante quanto aberrante: se è vero che la politica è lo specchio della società, qui si sta dicendo al popolo italiano che le leggi non contano nulla. E a dirlo sono coloro che le votano. Una cosa che, se non fosse tragica, sarebbe comica.

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