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L'officina delle parole: La statua



Una statua bellissima troneggia su di un piazzale immenso. Giornata di sole. Verdeggia il pomeriggio. L'aria brulica di profumi e aromi. Un cerchio di piastrelle limpide, in mezzo la scultura in marmo, calda. Altezza d'uomo, è una donna. Una Venere nuda, stupenda. Il firmamento è rosso fuoco, rondini ricoprono splendidamente le nuvole, rami primaverili disegnano il volto del paradiso terreno. Nessuna presenza umana.
Ad un tratto un soffio di vento, improvviso, febbricitante. Sopraggiunge un uomo. Una tranquillità sovrannaturale nel suo passo. Si avvicina sempre più, arrivando da un orizzonte incerto. È diretto verso la statua, afrodisiaca visione di felicità. Si ferma dinanzi. Con gli occhi puntati sul marmo, si sente avvolgere da richiami sempre più fitti di amore e gratitudine verso la vita. La bellezza del volto femminile è in sintonia col volo delle rondini, è la raffigurazione perfetta del manto degli alberi, dei monti, dei prati, dell'aria pura, della luce lussureggiante. L'uomo le s’inchina davanti. Lei è in posizione d'attesa, un'attesa eterna, infinita.
“Sono venuto a salutarti”.
Lui si chiama Minervo.
“Penso che il nostro sia un addio. Piovono bombe al di là del paese. La mia cittadina tutta distrutta. I bombardieri arriveranno anche qui e cancelleranno questo paradiso”.
Il viso marmoreo sembra interrogarlo: se avesse il dono della parola forse non saprebbe cosa dire.
“Volevo dirti che ti conosco da una vita. Da quarant'anni. Ricordo i tuoi occhi materni posati su di me quando giocavo a nascondino con gli altri bambini. Mia moglie è morta sai? Un'ora fa. Una bomba è caduta sulla nostra casa, io ero fuori a prendere il pane. Un boato fortissimo, allucinante. Stavo entrando nel negozio, d'improvviso mi son girato. La mia casa è crollata. Le mura hanno divorato mia moglie, come le piante carnivore macinano la preda senza pietà”.
Si diffonde un po’ di brina nell'aria. Il viso perfetto della statua pare inzuccherato dal pianto. Lacrime lucenti le fioriscono sulla pelle scolpita. Minervo si commuove. Abbraccia la Venere immobile. Le sue mani le cingono i fianchi. Il suo collo si appoggia sul petto di lei. Petali rosa e ambrati fluttuano nell'aria. Una leggera brezza cavalca piccoli fiori che si disperdono nell’etere formando minute spirali colorate. L'uomo sorride tra il pianto. Non ha paura. Non si sente solo. La presenza della scultura della sua infanzia gli trasmette candore e sicurezza. Stringe sempre più forte. Ora le accarezza le mani e avvicina la sua bocca alle labbra bianche. Non sono fredde, ma calde e umide.
“Tu ci sarai sempre, non è vero?”
Il vento si fa più forte. L'aria s’incupisce, il sole diventa nero. Tuoni in lontananza si fanno più vicini. Saettanti uccelli meccanici ruotano forsennati. Sono loro: gli aerei da guerra. I bombardieri. Feroci belve. Rapaci dell’aria. Come insetti neri nuotano innumerevoli tra le grinze del blu. Il paesino è stato estirpato, eclissato dalla folgore. Titani di guerra fanno marcire il mondo. L'uomo è fuggito, si è rintanato fin qua per dare l'estremo saluto al simbolo dei suoi ricordi.
“Sarebbe bello se risparmiassero le cose belle. Quanto vorrei proteggerti dalle bombe. Ma cercherò di farlo. Il mio corpo ti farà da scudo. Vedrai, non riusciranno a farti del male. Prima ho perso mia moglie. Non accadrà lo stesso con te. Te lo prometto”.
La sua voce è strozzata dal rombo che si fa sempre più fitto. Stormi mortali si fanno più vicini.
Minervo avvolge con le sue braccia la scultura. Preme fino a sentire male. La sua testa spinge su quella di lei. Il ronzio è acuto, terribile. Il frastuono è insopportabile. Lui non vuole guardare in alto. Non vuole crederci, non può sopportare che finisca tutto così. Gli aerei sono a migliaia. Minervo abbraccia disperatamente la statua. Le sue urla strangolate dalla polvere. La sua saliva si incespica e si sgretola.
“Ti difendo io, non ti accadrà niente”.
Accarezza il viso angelico marmoreo, mentre i missili stuprano l'aria e si addentrano tra le crepe del cielo graffiando la quiete primaverile. Toccano terra. Un vertiginoso e raccapricciante boato. Abnorme. Fumo denso, nebbia infernale. Polvere e cenere. Un vuoto assoluto d’inconsistenza. Un dissenso viscerale della natura contro la crudeltà. La natura martire dell'abominio.
Silenzio.
Ad un tratto arriva un vento gelido, purificatore. L'aria smette di cigolare angosciosa. Il sole spunta, la natura rinvigorisce, farfalle limpide scorrazzano tra l'erba pomeridiana. Rugiada gocciola dalle foglie. Minervo si sente caldo, cerca di aprire incredulo gli occhi, le braccia gli fanno male, stringono ancora. Non hanno mai lasciato la presa. Stropiccia gli occhi, si sente toccare una mano. Le mani attorno ai fianchi, la figura gli accarezza dolcemente le dita. Una luce nitida, soffice gli illumina il volto. Minervo percepisce appena i contorni amorfi. Guarda in basso e scorge la mano che lo sta sfiorando. Alza lo sguardo. Incontra il sorriso di sua moglie. Lo ricambia. La terra è rigogliosa e piena di frutti. Minervo e sua moglie si allontanano mano nella mano.

Francesco Basso

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