Ultime Notizie

Legittimo o opportuno: il dilemma di Violante sul caso Minzolini

Si dice che il tempo sia galantuomo: ebbene, è così. Dieci giorni fa scrissi un articolo a proposito del salvataggio del senatore Augusto Minzolini, facendo notare come il patto occulto tra PD e Forza Italia (Patto del Nazareno) fosse tutt’altro che morto. In poche parole, la libertà di coscienza lasciata ai democratici  sul caso Minzolini è stata cruciale per la sua non-decadenza: questo perché il giorno precedente il non-voto di Forza Italia sulla mozione di sfiducia al ministro Lotti si è rivelato fondamentale per il suo di salvataggio. 


Subito dopo la votazione su Minzolini, il capogruppo del PD Luigi Zanda aveva spiegato che "sulle decisioni della Giunta il PD lascia libertà di voto". Peccato che non fu così quando si dovette votare, nel novembre del 2013, per la decadenza di Berlusconi. O forse soltanto perché il leader allora non era Matteo Renzi. 
L’ex presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante, nel corso di una lectio magistralis alla scuola superiore Sant’Anna di Pisa, ha dichiarato che il giustizialismo ha travolto la politica: "Il codice penale è diventato la Magna Charta dell’etica pubblica: si tratta di un segno di autoritarismo sul quale penso valga la pena riflettere. Ciò che prova in modo inequivocabile che la politica ha perso il suo primato è il fatto che, nel valutare la decisione del Senato su Minzolini, si sia confusa l’opportunità con la legittimità del voto. Io personalmente ritengo che quel voto sia stato inopportuno, ma se i giornali scrivono che è un voto illegale, se una parte dell’opposizione lo proclama e se si lascia insomma passare la tesi dall’atto eversivo, senza alcuna preoccupazione per il dato di verità, allora vuol dire davvero che il senso della funzione del Parlamento è andato perduto". 
Andiamo con ordine. Prima di tutto, cosa s’intende per giustizialismo? Negli ultimi vent’anni quel che negli altri Paesi viene considerato l’ABC della democrazia e della civiltà, in Italia passa per giustizialismo. Nel febbraio 2012, l’allora presidente tedesco Christian Wulff diede le dimissioni rinunciando all’immunità, dopo che la Procura di Hannover aveva chiesto al Parlamento che gli fosse revocata, per un presunto scambio di favori con un amico, ai tempi governatore della Bassa Sassonia. "È la forza del nostro sistema giuridico: siamo tutti uguali di fronte alla legge" - disse Wulff. Parole che, pronunciate in Italia, farebbero gridare allo scandalo, alla gogna giudiziaria. Con un’espressione che, sono sicuro, la nostra classe politica apprezzerà: Repubblica delle manetteQuando sento queste tre parole, mi viene automatico pensare: ma magari, almeno qualcuno finirebbe dentro. O, perlomeno, non verrebbe eletto. Sono più scettico a proposito delle candidature, poiché un tentativo i partiti lo fanno sempre. E infatti hanno dovuto fare una legge apposta per l’incandidabilità dei condannati: legge che il giudice Davigo ha definito folle, non per il contenuto, ma per la sua utilità. 


In Italia nel 2017 – all’epoca 2012 – c’è davvero bisogno di una legge per stabilire che i condannati non possono ricoprire incarichi pubblici? Dovrebbe bastare l’etica, non serve il codice penale. Su questo si potrebbe anche essere d’accordo con Violante, se non fosse che ciò non è “autoritarismo”, ma incapacità, indifferenza, sfacciataggine della politica. Nel caso Minzolini, l’opportunità non c’entra nulla. C’entra la legittimità, che però Violante liquida come insignificante, poiché secondo lui sono la stampa e le opposizioni ad alimentare questa convinzione e non il Senato che vota contro una legge dello Stato. La Legge Severino, infatti, afferma che è vietato ricoprire cariche elettive o di Governo per tutti coloro i quali hanno subito condanne superiore a due anni per delitti non colposi. La sentenza di Minzolini per peculato, ovvero appropriazione indebita di denaro pubblico, lo ha condannato a due anni e mezzo. Secondo la legge, dunque, non può più ricoprire la carica di senatore. 
Nella giornata di ieri, Minzolini ha presentato le sue dimissioni con una lettera consegnata al Presidente del Senato Pietro Grasso. "Sono una persona seria e non prendo lezioni da altri" - ha dichiarato il senatore di Forza Italia - quello che ho fatto l’ho fatto per coerenza". Ma come non mi convinsero le parole di Zanda a proposito della libertà di voto sul caso preso in esame, le parole di Minzolini mi riportano a quel che ho denunciato in precedenza della politica a proposito della legge: incapacità, indifferenza, sfacciataggine. Sono soprattutto le ultime due a farla da padrone. Nel momento in cui si ha un procedimento in corso, una persona seria, di fronte all’offerta di un posto in lista, direbbe “no, grazie”. Se proprio non ne può fare a meno e intende accettare, una persona seria, poi, lascia automaticamente il proprio seggio, senza aspettare la votazione della Camera di appartenenza. Se poi proprio vuole aspettare, è troppo tardi, perché il Senato dovrà pronunciarsi un ultima volta – si spera – sul caso Minzolini per accettare o respingere le sue dimissioni. Soltanto allora sapremo se per l’Italia c’è qualche speranza di ricucire lo “spread morale” con la Germania o se dovremo prendere atto che anche i condannati in via definitiva possono sedere in Parlamento. Se così dovesse essere, però, per favore, non si dica che la politica è lo specchio della società.

Prima Pagina on line (www.primapaginaonline.org) - Testata registrata al Tribunale di Bologna, pr. n. 8292 del 06/03/2013. Sito progettato da Templateism.com Copyright © 2011

Powered by Blogger.