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Lele Mora: un ossimoro in politica

Nel nostro Paese – perlomeno nell’epoca repubblicana – l’unico imprenditore che ha fatto il grande salto dal privato al pubblico è Silvio Berlusconi. Negli ultimi anni qualche altro uomo dell’imprenditoria ha tentato la stessa cosa, senza mai andare fino in fondo: si parlava di un possibile ingresso in politica di Briatore, poi abbiamo assistito alla creazione del movimento Italia Futura di Montezemolo ed infine, deluso dall’esperienza del suo concittadino Matteo Renzi, Diego Della Valle annunciò la nascita del non-partito "Noi Italiani". 


È notizia di queste ore che Lele Mora abbia deciso di fondare il movimento Libertà e Onestà, parole che in bocca ad una persona come Mora certamente stonano e non poco. Il celebre ex manager dei vip, in un’intervista, ha affermato che il suo non sarà un partito tradizionale, poiché non ha intenzione di candidarsi. "Bisogna aiutare chi ha bisogno: questo Paese è alla disperazione e va ripulito". Parole di miele, con le quali tutti dovrebbero trovarsi d’accordo, se non fosse che da anni si va dicendo di un Paese allo stremo, ma pare che non ci sia soluzione. Vuoi vedere che il problema è chi dovrebbe occuparsene? Onde evitare, però, di passare per il grillino e antisistema di turno, magari approfondirò il concetto in un prossimo articolo. 
Il programma politico del movimento di Mora è "dare da mangiare a tutti, una casa e una pensione dignitosa per tutti: minimo 1000 euro". Sul concetto di che cos’è la politica, mi rifaccio alle parole di Vittorio Sgarbi, il quale una volta disse: "Partito e politica sono concetti nobili". Il problema è chi fa politica e ha in mano i partiti. Questo, più che un programma, sembra l’elenco dei desideri delle concorrenti di Miss Italia: manca solo la pace nel mondo. Ma, al di là dei contenuti, ci sono cose ben più gravi a carico di Lele Mora. Lui si dice disinteressato ad un eventuale candidatura, consapevole del fatto che, qualora dovesse scendere in campo, sarebbe uno dei gesti di maggior spudoratezza nei confronti degli italiani in difficoltà, oltre che uno dei punti più bassi che la parabola politica toccherebbe. All’inizio degli anni Novanta, infatti, Lele Mora è stato condannato a un anno e mezzo per spaccio di droga; una decina di anni più tardi viene condannato per un’evasione fiscale di 5 miliardi di lire, reato che gli sarà nuovamente contestato nel 2008 (5,6 milioni di euro), dichiarando guadagni aziendali molto bassi e redditi inferiori ai 10mila euro annui. Nel 2010 il Tribunale di Milano dichiara fallita la sua azienda e, un mese dopo, viene accusato insieme ad altri imprenditori (tra i quali Fabrizio Corona) di aver evaso il fisco per 17 milioni di euro, attraverso false fatturazioni che avrebbero consentito di abbassare il valore delle imposte da pagare. Lele Mora patteggia la condanna a 4 anni e 3 mesi. A tutto questo si deve sommare la vicenda Ruby, per la quale è stato condannato a 7 anni di reclusione per favoreggiamento della prostituzione, rinunciando al ricorso in secondo grado di giudizio. A tale riguardo, Mora ha dichiarato: "Vorrei che la mia figura sia abbinata alla figura di un grande uomo, il primo a essere morto per ingiustizia: Enzo Tortora. Non voglio che si usi un sistema 'alla Di Pietro': la magistratura deve fare il proprio lavoro, ma poi devono essere fatte le valutazioni giuste". 


Del caso Tortora ammetto di non conoscere le carte e quindi mi astengo da un qualunque giudizio. Quello che so, come ricorda sempre Piercamillo Davigo, è che i processi si fanno apposta per stabilire se uno è innocente o colpevole: se lo sapessimo prima, che senso avrebbero? L’ingiustizia a cui allude Mora riguarda semplicemente possibili errori giudiziari, dato che quello del magistrato è uno dei lavori in cui il rischio di commettere errori è estremamente alto. Ciò non vuol dire che chi commette errori debba essere esentato da responsabilità (esistono i procedimenti disciplinari appositi), ma è certamente una responsabilità diversa da quella di chi commette un reato. La magistratura è chiaro che debba fare il suo lavoro; le valutazioni da trarre spettano alla politica, la quale è sempre più riluttante a riguardo. Poniamo il caso che Mora sia un militante di un qualsiasi partito e i dirigenti decidano di candidarlo al Parlamento: è vero che non ha subito condanne in via definitiva e che è prevista la presunzione di non colpevolezza, ma è opportuno candidare una persona con una biografia del genere? Si dirà che il problema non si pone dal momento che lo stesso Lele Mora si è dichiarato totalmente disinteressato alla politica tradizionale: è vero. 
Ma la domanda è un’altra, ed entriamo nella sfera dell’opportunità e della convenienza: come fa un signore condannato per spaccio di droga, accusato più volte di evasione fiscale, che ha patteggiato una condanna a 4 anni e 3 mesi, dunque autodichiarandosi colpevole, a farsi portavoce degli italiani più in difficoltà a causa della crisi? Se l’Italia è nelle condizioni in cui si ritrova, con oltre quattro milioni di persone in povertà assoluta, piccoli imprenditori che alla fine del mesi devono scegliere se pagare le imposte o gli stipendi ai dipendenti, e milioni di famiglie che non arrivano a fine mese, è anche colpa di chi non paga le tasse. In Italia l’evasione fiscale ogni anno costa oltre 250 miliardi di euro alla collettività, per non parlare della corruzione e della criminalità organizzata. Un’altra obiezione che potrebbe essermi rivolta in seguito a questo articolo è che il fine della pena dev’essere rieducativo, teso al reinserimento sociale del condannato: dunque, se Lele Mora ha deciso di fondare un movimento, che male c’è? Non c’è nessun problema ed è una cosa che gli farebbe anche onore, se non fosse per tutti quei processi. L’esempio a mio avviso più emblematico a proposito della funzione rieducativa della pena è incarnato da Salvatore Buzzi, arrestato per l’inchiesta di Mafia Capitale. Nel 1980, Buzzi uccise con 34 coltellate il suo braccio destro Giovanni Gargano, il quale lo ricattò a seguito delle malefatte ideate da Buzzi per poter mantenere il proprio tenore di vita. Fu condannato all’ergastolo per omicidio, ma, in seguito alla buona condotta tenuta in carcere, nel 1994 fu graziato dal presidente Scalfaro. Fondò la cooperativa “29 giugno” e, il 2 dicembre del 2014, fu arrestato con l’accusa di essere a capo di un’associazione criminale insieme a Massimo Carminati (membro dei NAR e affiliato alla Banda della Magliana). I reati contestati sono: associazione mafiosa, estorsione, corruzione, turbativa d'asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori e riciclaggio. Si dirà che non si può vigilare su tutto e tutti: ognuno di noi ha libero arbitrio ed è artefice del proprio destino. Buzzi aveva soltanto una condanna, seppur grave, a suo carico, ma qui si sta parlando di uno piuttosto recidivo nel commettere reati. 

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