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L'Italia e il problema dell'eutanasia: un cimitero di anime senza corpi

Consideriamo la società dei nostri tempi una società “moderna”, capace di risolvere conflitti internazionali tramite un semplice “trattato di pace”, ci consideriamo “sapienti” nella nostra mentalità ristretta, ma non siamo capaci di donare una morte felice a chi la richiede.


Un esempio attuale dei nostri giorni, appartiene al famoso dj Fabo, diventato lo scoop della televisione e dei giornalisti affamati di notizie per guadagnarsi un po’ di fama. Il suo nome ha sfiorato le bocche di molti italiani, passando successivamente su tutti i giornali nazionali e non, per poi sfociare in un fiume senza fine di discussioni, insulti al nostro governo, persone che chiedevano pietà di esaudire il suo ultimo desiderio: morire nella propria nazione, nella propria patria, accanto ai suoi ricordi migliori di un passato ormai troppo lontano. Lui stesso ormai definiva la sua vita senza senso, priva di un significato, di uno scopo, che ormai era svanito nel nulla insieme a quella notte dell’incidente. 
La parola eutanasia significa letteralmente “buona morte” e consiste nel procurare intenzionalmente il decesso di qualcuno le cui condizioni di vita sono compromesse da malattia, menomazione o disagio psichico. L’Italia è ancora uno dei pochi Paesi europei dove questo processo di morte sotto richiesta del soggetto stesso non è ancora praticabile, in nessuna delle sue forme (attiva, passiva, e indiretta).


Questa vicenda, dopo dibattiti e polemiche che hanno diviso il Paese, non ha ancora avuto nessuna conseguenza in merito e nessuna risposta all’appello di Fabiano Antoniani, le cui ultime parole furono rivolte al presidente Mattarella, supplicandolo di far approvare una legge per rendere liberi i cittadini fino alla fine, per dimostrare che la libertà del cittadino, che viene trattata nella nostra Costituzione e in tutti i documenti storici più importanti giunti fino a noi, non è solo un concetto astratto, ma qualcosa di reale, che può essere realizzato fino in fondo.
Ma può l’Italia considerarsi ancora un Paese “libero”, dove la vita di un individuo non è più controllata da lui stesso ma dal governo Possiamo considerarci “liberi” in un Paese in cui, dopo anni di sofferenza e di dolore, la nostra morte non possa avvenire nella nostra casa ma in un territorio a noi estraneo?

Jasmine Katanchi

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