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Politica e corruzione: negli ultimi 25 anni non abbiamo imparato nulla

Poche settimane fa su Twitter avevo fatto una battuta: "Anche Lotti, Romeo e papà Renzi hanno voluto festeggiare il venticinquesimo compleanno di Tangentopoli. Regalandoci l’inchiesta Consip". Come ho scritto nel mio ultimo articolo, so bene che è prevista dalla Costituzione la presunzione di non colpevolezza, ovvero che nessun imputato può essere ritenuto colpevole sino a sentenza passata in giudicato. Parlando di persone attualmente tutte indagate, dunque, mi sembrava doveroso fare questa premessa per evitare di attirare qualche antipatia. 



L’inchiesta Consip riguarda la Concessionaria Servizi Informativi Pubblici, un ente nato nel 1997 di cui è unico azionista il ministero dell’Economia e delle Finanze. Tutto parte dalla gara d’appalto Facility Management (nota agli inquirenti come FM4), che riguardava la fornitura di servizi quali pulizie e manutenzioni negli uffici della Pubblica Amministrazione. Il valore dell’appalto, suddiviso in decine di lotti, ammontava a 2,7 miliardi di euro. Stiamo parlando dell’appalto più grande d’Europa e forse questo spiega il perché di tanto interesse. Interesse che parte dall’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato per corruzione, il quale, al fine di ottenere informazioni sull’assegnazione di quegli appalti, versava al dirigente Marco Gasparri, indagato per corruzione, somme pari a 100mila euro. Dalla Procura di Napoli i pm Henry John Woodcock e Celeste Carrano fanno partire un’inchiesta circa presunte irregolarità sull’assegnazione di alcuni lotti dell’appalto. Il 20 dicembre gli inquirenti entrano nella sede Consip e prendono tutte le carte interessate. Viene ascoltato dai pm il dirigente Luigi Marroni, il quale ammette di essere stato informato dell’inchiesta in corso già prima dell’arrivo degli investigatori, tanto che aveva prontamente rimosso tutte le cimici piazzate negli uffici. Dell’indagine era stato informato dal presidente Consip Luigi Ferrara (il quale era stato informato a sua volta dal comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette); Marroni inoltre fa i nomi del Ministro dello Sport Luca Lotti e del comandante dei Carabinieri della Regione Toscana Emanuele Saltalamacchia, riconducibili alla fuga di notizie. I due comandanti e il ministro vengono così indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto. 
Un ruolo importante all’interno della vicenda pare fosse quello di Carlo Russo, imprenditore 33enne di Scandicci, vicino alla famiglia di Renzi (la madre Laura Bovoli fu la sua madrina di battesimo) e molto amico dell’ex premier, indagato per traffico di influenze così come Tiziano Renzi. Russo gioca – o potrebbe giocare – un ruolo importante specie dopo le affermazioni fatte ai pm da Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua, il quale non solo ha confermato la versione di Marroni sulla fuga di notizie da parte del ministro Lotti, ma ha anche affermato che Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio, era a conoscenza dell’indagine. Carlo Russo è entrato in buoni rapporti con Marroni grazie a Tiziano Renzi, il quale pare avesse già avuto contatti col dirigente Consip; i due amici toscani avrebbero favorito l’imprenditore Romeo, a proposito dell’assegnazione degli appalti, in cambio di alcuni versamenti mensili che quest’ultimo gli avrebbe procurato. Qui si spiega l’esistenza dei “pizzini” con scritti gli importi da versare e accanto le iniziali dei destinatari. 


L’inchiesta è passata, per competenza territoriale, alla Procura di Roma, la quale pare stia preparando – forse proprio in occasione del suo venticinquesimo anniversario – una sorta di “Tangentopoli 2.0” legata all’immobiliarista Sergio Scarpellini, arrestato nel dicembre scorso per corruzione nell’ambito dell’inchiesta legata all’ex vicecapo di gabinetto in Campidoglio Raffaele Marra. Pare infatti che, in un interrogatorio del 22 dicembre, Scarpellini abbia fatto i nomi di politici che avrebbero ottenuto diversi favori e agevolazioni burocratiche, tanto che la Procura sta ipotizzando i reati di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Il nome più noto all’interno della vicenda è quello di Denis Verdini, fondatore di ALA, per la cui sede in via Poli a Roma non è mai stato pagato un canone di locazione; di una locazione gratuita pare abbia usufruito anche il sindaco di Fiumicino Esterino Montino (marito della parlamentare PD Monica Cirinnà, relatrice della legge sulle Unioni civili). Ma l’immobiliarista avrebbe fatto ulteriori favori a Mirko Coratti, ex presidente del consiglio comunale capitolino, sotto inchiesta per Mafia Capitale, Luciano Ciocchetti, ex vicepresidente della Regione Lazio e al consigliere regionale democratico Zambelli. 
Nell’articolo a proposito della discesa in campo – più o meno – di Lele Mora, attraverso la fondazione del movimento Libertà e Onestà, avevo accennato al problema di chi fa politica. "Chi entra in politica deve avere le mani pulite" disse una volta Sandro Pertini. Forse a quella frase manca un seguito che, ingenuamente, il grande Presidente dava per scontato: le mani, una volta entrati, bisogna mantenerle pulite. Sono il primo a rifiutare l’idea che “tutti i politici siano dei ladri”: se fosse così, l’Italia sarebbe estinta. Ci sono un sacco di persone – alcune le conosco – che fanno politica con passione e con una grande impronta di impegno civile. La politica in fondo questo dev’essere, ed è normale che nel momento in cui cronaca e politica giudiziaria si sovrappongono nasca un forte malessere nella pubblica opinione. Il guaio è che quel forte malessere che fu avvertito ed ampiamente manifestato ai tempi di Tangentopoli, oggi sembra essere svanito. Senz’altro ne è complice la nascita di un movimento come quello guidato da Grillo, che si è fatto portavoce di quella protesta. Ma trovo sbagliato delegare ai parlamentari pentastellati quel sentimento di rabbia e indignazione che dovrebbe accompagnarci quando veniamo a conoscenza di certi fatti. Siamo noi cittadini che dobbiamo combattere in prima fila contro queste malefatte del potere. Un ruolo fondamentale lo gioca senz’altro l’informazione: io nel mio piccolo ci provo. Ma, evidentemente, non basta. Non ci sono condanne, rinvii a giudizio o altro del genere. C’è però l’amarezza nel apprendere che alcuni politici giunti alla guida del Paese col fine di – a loro dire – rottamare un intero sistema, si ritrovino inguaiati con il loro nemico numero uno. Che forse poi tanto nemico non era. 
Non basta essere giovani anagraficamente: serve gioventù dal punto di vista politico. Qualcuno che possa dirsi estraneo da una stagione assolutamente nefasta e dannosa per l’Italia. Se c’è qualcuno che se lo può permettere, si faccia avanti.

Matteo Menegol

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