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L'officina delle parole: Profumo di vita







Si dice che non tutte le storie siano uguali e che alcune semplicemente siano destinate a non essere fiabesche. Io non so se la mia lo sia o no, ma sono fermamente convinta che la mia vita sia stata invasa da uno scintillio di luce, e alcune sensazioni non possono essere lasciate al caso; ed è per questo che in una sera d'inverno ho deciso di scrivere a due mani o poco più una piccola parentesi di vita, che silenziosamente sta cambiando la mia esistenza.


È iniziato tutto più o meno così. Correva un lento e pigrissimo sabato mattina d'inizio dicembre. Mi ero svegliata capricciosa quel giorno: la sera prima col mio compagno ero stata in un locale messicano e la cucina orientale durante la notte aveva fatto sentire i suoi effetti. Ricordo di essere andata in cucina per rassettare un po' di ciarpame sparso in giro e mettere ordine tra le carte dell'ufficio. Lavoro in uno studio di avvocati da circa tre anni, durante i quali ho imparato tantissime cose sulle leggi italiane e nessuna sul tenere in ordine le pratiche; ricordo di essermi seduta al tavolo del salotto e subito dopo di essermi sentita male e aver sentito in lontananza la voce di Andrea che, sollevandomi dal pavimento, mi accompagnava al divano. Le sue parole riecheggiano ancora nella mia mente. “Tu lavori troppo, la tua vita trascorsa sempre in quell' ufficio pieno di centinaia di pratiche ti sta sfinendo, lascia tutto per un po', riprendi le energie e poi vai avanti”. Ricordo il sermone, ma ancor di più l'odore troppo penetrante del suo dopobarba che dopo qualche secondo contribuì a farmi accasciare nuovamente a terra. Ok, così non va. Capivo la stanchezza, lo stress e tutte quelle lamentele che Andrea faceva alla mia vita troppo frenetica ma adesso cominciavo davvero a preoccuparmi anche io. Ricordo di essermi vestita, aver preso velocemente la sciarpa e di essere uscita di casa: forse cambiare aria, pensai, mi aiuterà a star meglio. 

Credo di aver passeggiato per venti minuti circa, quando, a un tratto, i miei occhi, ancora affaticati da una stanchezza inspiegabile, incrociarono l’insegna luminosa di una croce rossa fiammante. Due uomini sulla porta erano intenti a sorseggiare un caffè bollente. Ricordo una voce piccola e impercettibile nella mia mente che mi spingeva ad entrare, e fu così che le mie gambe, ancora un po’ tremanti mi condussero su un lettino d’ambulatorio. “Vorrei fare le analisi” dissi, pensando che controllarsi un po’ può far solo bene. Ricordo un ago lungo e la mia pancia in festa, un’infermiera simpatica e il mio cuore in panico. Ricordo poi di essere tornata a casa, in forze, più serena rispetto al mattino, e di aver preso dallo scantinato le scatole di addobbi natalizi, è quasi Natale, mi dicevo, c’è bisogno di aria di festa per contrastare questa salute troppo debole. E poi d’improvviso arrivò .. lunedì! La sveglia troppo insistente, la brioches giù per le scale e i miei ritardi fissi, costanti e perenni in ufficio. Erano poi circa le 10 e mezzo del mattino, ero indaffarata con una pratica che non andava per il sottile, quando d’improvviso il cellulare. Ok, mi sono detta. Se è di nuovo Andrea non rispondo, sa che sono impegnata e sicuramente vorrà distrarmi”.
Anonimo. Rispondo, non si sa mai.
“Salve! La signorina Giada Scarpa?”
“Si, chi è?”
“La chiamo dall’ambulatorio di analisi, abbiamo i risultati. Complimenti signorina, lei è incinta”.

Non dimenticherò mai quella voce squillante al telefono. E non dimenticherò le lacrime che iniziarono a rigarmi il viso, il vaso di fiori caduto in terra, e il telefono bagnato sul pavimento. Non riesco a dimenticare lo sgomento e il terrore, nella mia mente solo mille pensieri. “No, non ora, non è possibile, non ora che ho un lavoro che mi sono guadagnata con troppi sacrifici per mollarlo così. Non adesso che ho bisogno di scoprirmi prima di scoprire un altro essere umano”. La scorsa settimana è stata tutto così, piena di rabbia per la mia imprudenza, di sensi di colpa per dei pensieri che non dovrebbero neanche mai sfiorare la mente di una mamma. Per Andrea, a cui celavo il segreto più importante della mia vita, e per l’egoismo che non avrei mai creduto di avere e che ora mi stava lacerando. Penso di non aver mai trascorso in tutta la mia vita un periodo più buio di questo. Poi d’un tratto, domenica, il pranzo da mamma e l’orribile sensazione di sentirmi un mostro dentro. Non ho detto niente neanche a lei, non riuscirebbe a credere a quanto amor proprio possa avere sua figlia per arrivare a pensare addirittura di non avere un bambino pur di mettere in primo piano la propria vita. Siamo arrivati lì intorno alle 13, erano tutti indaffarati in cucina a preparare il pranzo, mentre io, arrabbiata com’ero col mondo e con me stessa, me ne stavo in disparte a sorseggiare thè. Poi d’improvviso la voce di papà:
“Giada, tesoro, vai a prendere il tavolo allungabile su in soffitta: hanno appena chiamato gli zii, si uniranno a noi per il pranzo e vorrei che fossimo tutti più comodi con il tavolo più largo”.
“Ok! Vado”. Ah, se solo sapesse che nella mia condizione non potrei fare questo sforzo. Ma meglio così, tanto ho già chiamato in una clinica privata, dalla prossima settimana questo sarà solo un brutto sogno. 

Salgo in soffitta, c’è odore di muffa ovunque e la polvere degli scaffali mi ha starnutire di continuo. Mi giro a cercare il tavolo, e d’improvviso… il carillon di mio fratello: lo riconoscerei tra mille, i cavalli con le briglie color oro e il suono di puro che accompagnava le sue ninne nanne. Lo prendo, sotto c’è un’incisione. Strano, non l’avevo mai notata. «Alla vita, che non è mai un errore, ma sempre un miracolo», e sotto di esso un diario scolorito dal tempo e da una grafia quasi incomprensibile. È quella di mamma, e d’improvviso mi scopro a leggere delle pagine che non avrei mai pensato potessero esistere: mamma debole, afflitta da una gravidanza che non cercava e non voleva, da una figlia piccola da crescere e un lavoro che non le lasciava tempo, mamma che quel figlio non avrebbe mai voluto riceverlo. D’un tratto avverto una fitta al cuore: circa 25 anni fa lei, ed oggi io. D’un tratto un pensiero mi gela la mente: Alessandro, mio fratello, e se Ale non fosse mai nato? cosa avrei fatto? chi avrei preso in giro? Di colpo, istintivamente, la mano sul grembo ancora minuscolo, le lacrime di gioia per essermi tolta di dosso il peccato più grave del mondo, e nella mia mente il pensiero più dolce: lui ci sarà, per il lavoro poi si vedrà.


Dopo qualche minuto sono scesa in cucina, dondolata da una melodia d’amore. È trascorsa una settimana da quella domenica e dalla scoperta del segreto che mi ha cambiato la vita. Andrea ora lo sa, ne è felice anche la mia mamma, ma non ho detto a nessuno di quei pensieri e della mia intenzione. Non volevo essere giudicata e soprattutto non volevo sentirmi meno mamma di come mi sento ora. Ho mille dubbi e paure ogni giorno. Sarò pronta? Sarò in grado?
Mancano pochi giorni al Natale ed oggi ho comprato un ciuccio: non so cosa mi riserverà il futuro, ma so sicuramente, che lo scriveremo insieme a quattro mani, o poco più.

Alle (incerte) genitrici di vita


Delvira Rotondo

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