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Torino, giudice assolve un uomo accusato di stupro

Ha fatto scalpore in questi giorni la decisione del tribunale di Torino di decretare l’accusa di abuso sessuale come fatto non sussistente, in quanto la vittima o presunta tale, non ha opposto abbastanza resistenza all’atto della violenza.




Lo ha deciso il giudice Diamante Minucci, decretando che la donna non ha fatto intravedere quelle emozioni e sensazioni necessarie a dare credibilità all’episodio dalla stessa denunciato; quest’ultima infatti, secondo la sentenza del giudice, non si sarebbe ribellata in modo adeguato alla situazione verso il suo aggressore né sarebbero stati riscontrati in lei fattori reali di dolore tali, sia fisici che mentali, da poter essere comparati con attendibilità come in altre vittime di violenze sessuali.
Accusato e vittima sono entrambi colleghi della Croce Rossa, lui ha ammesso i palpeggiamenti ma ha sempre negato la violenza, la versione della donna non viene creduta in quanto, senza la presenza di alcun testimone, è la parola di uno contro l’altro, e il tribunale ha ritenuto le accuse della donna deboli e infondate.
La donna, a quanto pare, avrebbe detto un semplice 'no', ma non ha avuto alcun tipo di reazione eclatante, nessuna richiesta di aiuto, nessun urlo e nessun cenno di reale sconvolgimento emotivo, se non un profondo senso di disagio che nemmeno lei sapeva spiegare bene, motivazioni che hanno indotto a pensare che il fatto di violenza sessuale non possa esistere.
La donna pare, infatti, che non abbia enunciato nessuna sofferenza precisa, non abbia fatto nessun test di gravidanza e non abbia mai descritto, nei suoi racconti, la sensazione di sporco e vergogna, solitamente predominanti nelle donne vittime di abusi.
La donna ha anche continuato a collaborare a stretto contatto con il suo aggressore dopo la violenza, rimanendo anche da sola con l’uomo, fatto che ha aggiunto ancora più dubbi sulla dichiarazione della vittima.
Non è chiaro dunque se i due avessero già un rapporto che andasse oltre l’amicizia prima della violenza o se il collega avesse solo un’attrazione non ricambiata dalla donna.
Nel passato della vittima è stato reso noto che ci fossero già abusi da parte del padre, questo ha contributo a delineare maggiormente un profilo confusionario e incerto sulle accuse nei confronti del collega, in quanto la vittima avrebbe così perso di credibilità agli occhi della corte.
I fatti, risalenti ormai al 2011, trovano anche difficoltà di prove in quanto la memoria della vittima è ormai provata dal tempo passato in mezzo.
La vicenda trova la sua fine il 22 marzo 2017 con l’assoluzione dell’uomo e la citazione di calunnia nei confronti della donna che ora, dopo aver perso la causa, si troverà anche a rispondere delle conseguenze prodotte dalla sue accuse, decretate dal giudice infondate.
Uscendo per un attimo dal verdetto e dalla storia personale di queste due persone, in termine legali la decisone del giudice Minucci apre un precedente molto pericoloso: per la legge dire basta non è abbastanza per far smettere una violenza che si sta subendo, qualunque essa sia.
Il punto quindi non è tanto che l’uomo sia stata scagionato o che la donna non abbia trovato giustizia, quanto più il fatto che un giudice abbia decretato che la violenza non sussista perché la donna non avrebbe fatto abbastanza resistenza, non abbia enunciato il suo dolore nei termini che la legge prevede, si può anche morire dentro, ma se il profilo non corrisponde agli standard fissati per una violenza sessuale, allora, in automatico, questa violenza non è stata subita.


Ma se, presumibilmente, la donna avesse avuto il coraggio e la forza, non sempre così immediati, di opporsi in modo altrettanto violento al suo aggressore, a cosa sarebbe servito? A farsi ammazzare di botte, come spesso accade nei casi più tragici di violenze?
E come possiamo sapere noi estranei alla vicenda, quanto e come la voce di una donna può uscire o meno durante una abuso? Inoltre la donna, per rendere più realistica la sua posizione, avrebbe dovuto licenziarsi e rimanere senza lavoro per non rivedere più chi senza diritto l’ha violata; soprattutto, secondo la sentenza, non è normale che sia stata da sola l’uomo per così tanto tempo, come a dire che un po’ se l’è andata a cercare.
Questa sentenza emargina ancora di più le donne nel ruolo, quasi ormai utopico, di individuo libero e inviolabile, perché spesso la colpa si fa ricadere facilmente sulla donna, non solo la violenza non l’ha saputa evitare e contrastare, ma ne deve pagare le conseguenze: perdere un lavoro o accettare dei palpeggiamenti (ma così innocui come può sembrare) per averlo, portare addosso la vergogna pesante di essere sempre le provocatrici della storia. 
Forse in questo caso il presunto aggressore è realmente innocente o forse no, ma le altre vittime, le prossime, quelle condannate da menti di uomini malati, come possono salvarsi, difendersi, sentirsi protette, se perfino per la legge un 'no' non è abbastanza per evitare una violenza, se ancora oggi per una donna stare da sola con un uomo in una stanza è qualcosa di illecito, se ancora oggi essere donna in modo protetto sembra qualcosa di proibito e negato, persino dalla legge.

Marta Borroni

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