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Un amore forte ma impossibile, un’enorme sofferenza: l’uomo del sorriso di Patrizia Poli come narrazione a metà tra realtà e leggenda

Maria di Migdal ha un cuore buono e un animo dolce. Crea dei cesti che le persone comprano, vantano, ricordano. La madre le ha insegnato a fare dolci di sesamo e miele e a pregare per colei che cambierà le sorti del mondo, colei che cammina sul mare… la Dea Ashera. Tuttavia le altre donne la scansano, quasi fosse un cane rabbioso, mentre gli uomini, malgrado la cerchino quando hanno bisogno di saziare le loro sporche voglie, non la ritengono degna. Della vita. Del rispetto. Di un saluto. Lei se n’è persino convinta, nel profondo del suo cuore. È certa di non essere degna. È una prostituta, d’altronde, e cosa può pretendere? Deve scacciare lo sdegno, lo schifo, la tristezza, mentre uomini lerci e con i denti marci la toccano, sfogano su di lei ciò che le loro spose, pudiche e imbarazzate, non riescono a concedere. Solitudine e angoscia, ecco le sue compagne. 



“Al pari della Dea, rifletté, anche lei aveva tre forme, che scorrevano affianco come le acque di tre ruscelli: Maria di Migdal la cestaia, Maria di Migdal la prostituta, Maria di Migdal che pregava in silenzio la Dea.”
Yeshua’ è un ragazzo umile dal cuore aperto a tutti. Le sue parole sono come miele e le sua mani come piume. Ha sempre un gesto di conforto, una parola di incoraggiamento. Predica il bene, il giusto. La sofferenza degli altri rende il suo cuore triste, ecco perché si occupa di lenire il male. Non rifugge nessuno, Yeshua’; la sua mano è tesa verso tutti. È uomo, quindi teme e ama, ma è qualcosa di più, persino. Ha un compito da attuare e non si fermerà, sebbene ogni tanto la sua voce vacilli dalla paura. Ha lasciato la sua famiglia, per rincorrere questa missione, e tutto ciò che aveva fa parte di una vita precedente. È pronto. 
“Lui stava seduto fra loro, discuteva senza sforzo della Legge, ripeteva discorsi che si era preparato, che aveva covato dentro fin da quando, ragazzo, si era sentito chiamare da Dio […] Sapeva che parlare con loro, istruirli, chiamarli a sé, voleva dire iniziare un cammino senza ritorno, lasciare tutto ciò che amava almeno quanto amava Dio, abbandonare madre, padre, una vita normale, la possibilità di una sposa, di una famiglia sua. Temeva di perdere il gusto della vita, quello che nasce dal colore del sole sul viso, dalla freschezza dell’acqua sulla pelle, dal riso, dal cibo, dall’ebbrezza del vino, dal corpo di una donna che ti vuole quanto tu vuoi lei.”
Maria di Migdal si unisce alla loro compagnia. Tutti pendono dalle labbra del maestro, tutti si uniscono, affascinati, al suono della dolcezza, dell’onestà, dell’amore e della carità. Lei è cinica, un po’ vuota. La vita è stata dura con lei, la vita non ti dà mai niente per niente e lei lo sa. 
Anche lì viene trattata con furia, viene offesa e tacciata come sporca – non certo fisicamente, ma nell’anima, e questo è peggio – ma Yeshua’ non è come gli altri. Lui la difende, dalle pietre e dagli insulti. 
Nessuno dei due sa perché, ma quando le loro dita si sfiorano un’onda di calore si propaga. È un amore forte, reso ancor più potente dal “vorrei” e dal “non si può”. È l’amore delle cose proibite, di ciò che sai che ti salverà e ti condannerà insieme. È un amore che non può esistere, che non sarebbe dovuto nascere ma che è nato. Sbocciato come un fiore. Grande come il sole. Impossibile e possibile allo stesso tempo, perché non si ama solo con il corpo ma con il cuore. Si ama con gli occhi. Con la mente. Si ama anche quando gli altri non lo sanno, anche quando si relega quel sentimento nell’anticamera del cuore e si soffoca. Si ama anche quando non si vorrebbe. 


Questo libro è la storia di questo amore, un amore più forte delle parole stesse e che ha un’aura di trascendenza, di immortalità. Un amore sacrificato e perciò ancor più indissolubile. 
“«Io non sono buona».
«E chi lo è, Maria?»”
Ma questo libro va ancora oltre, racconta con cruda verità quel che potrebbe essere accaduto – in quei tempi e in quei luoghi. 
Ci riporta nel passato con una forza tale da slegare i nostri piedi dal nostro mondo, per camminare in quelle terre arse dal sole. La religione è poca, quasi nulla; ne resta un ricordo, un velo, un non so che di mistico che permette comunque di viaggiare con il pensiero. 
I personaggi, raccontati con maestria, sembrano prendere vita nella nostra testa.
Abbiamo una mamma, Maria di Nazareth, e il suo dolore. Il dolore per un figlio che è destinato a morire e che è tutto per lei. Un figlio che era diverso dalla nascita. Un figlio che la sorte ha scelto.
Abbiamo un uomo, Giovanni, che venera, che ama quel suo maestro con tutto se stesso in un modo difficile da comprendere, tale è la vastità del suo sentimento.
“Lo amava quanto un discepolo può amare il maestro che lo ha creato e modellato, che lo ispira con ogni gesto e pensiero. Ma lo amava anche come un uomo ama un altro uomo, con il fremito e il fervore del cuore e della carne.”
Abbiamo Ponzio Pilato e Barabba. Non li vediamo lontani da noi come ci hanno insegnato a vederli, ma vicini. Paure, pensieri, tremori… tutto era allora come ora, così come tutto sarà domani come oggi. Le cose non cambiano, non nella sostanza almeno. 
Abbiamo soprattutto Giuda. Giuda, l’eterno infelice. Giuda, dal triste passato. Giuda, malato d’invidia… “[…] quella velenosa di chi non accetta che l’altro stia bene, sia amato e felice, e allora scava e lavora perché quella felicità si dissolva, perché anche l’altro soffra come lui sta soffrendo.”
Un sacrificio, una sofferenza estrema vista con gli occhi degli spettatori, di chi guarda e non può fare niente. 
E, mentre arriviamo all’ultima pagina di questo lavoro svolto con accuratezza e minuziosità, ci risuonano parole che poco hanno a che fare con la religione… parole che sanno di paura e di speranza e di bontà e di compassione. Parole che sanno di una delle uniche cose che ritengo si debba perseguire in questa vita, il rispetto degli altri. 
“È un prodigio essere nati, Maria, un prodigio che si ripete a ogni battito del cuore, a ogni alito. Mi chiedi se ho paura? Sì, Maria, ho paura di perdere tutto questo e ho paura di morire senza dignità. Ma ti guarderò, Maria, e tu mi sosterrai, in quell’istante.”
Sono atea, come chissà quante altre persone che hanno letto e apprezzato L’uomo del sorriso. In questo testo ho visto la volontà di ricostruire una vicenda conosciuta – una vicenda da tutti sentita e risentita – con parole diverse, con parole che rendano quei tempi vicini a noi… Che ci dimostrino che l’amore non è cambiato, che l’invidia è universale e pericolosa, che una madre muore per il proprio figlio e che è più difficile fare del bene che fare del male.
Chiudo con le parole di Sergio Costanzo, voce della prefazione all’opera.
“A questo punto, per, l’autrice opera una scelta del tutto rispettabile e decide di affidarsi ai Vangeli e agli Atti degli apostoli reputandoli messaggeri di verità storica. Li analizza, li studia a prescindere dal suo atteggiamento rispetto alla fede, atteggiamento che resta sempre e comunque suo, intimo e personale e che non deve interessare il lettore. Da studiosa capace e attenta, legge, annota, memorizza. Stende come su un nastro la cronologia dei fatti e dei dialoghi, così come il gioielliere mostra i suoi preziosi sui panni di velluto della propria bottega. Poi, decide di cucire un abito, un abito nuovo che racconti nuove cose, che si attagli in nuova forma e vi incastona i gioielli storici appuntandoli con dolcezza nella trama e nell’ordito della vita di Maria di Magdala, dei dodici, di Giovanni. L’autrice compie quindi un’operazione corretta da un punto di vista letterario, rinarrando la storia di Gesù partendo dal basso e, se e quando possibile, dalle bassezze.”



Ma noi di PPOL abbiamo approfittato della disponibilità di Patrizia Poli per farle qualche domanda.

Patrizia, un gran bel libro. Ti va di raccontarci come mai un argomento così particolare?
Intanto un saluto a tutti i lettori di Prima Pagina On Line. Per rispondere alla tua domanda, che poi è la stessa che mi viene posta in ogni presentazione del romanzo, ti dico che mi premeva indagare le enormi potenzialità emotive, ma anche narrative, di alcune figure della religione che trovo piene di fascino, mitiche e favolose. Diciamo che ho scelto dei gran bei personaggi e mi sono costruita il mio presepe vivente. Senza alcuna ideologia di fondo, senza voler convincere le persone a credere o non credere. A me piacciono i personaggi potenti, cupi, tormentati, assolutamente non luminosi, in parte anche cattivi. Soprattutto molto soli, quasi solipsisti, delle autentiche monadi senza finestre incapaci di stabilire un contatto con l’esterno. Per la loro non positività, per la loro cattiveria, hanno sempre un motivo passato che amo scandagliare. Insomma… Maria Maddalena, Gesù, ne hanno da raccontare, le loro vicende vengono approfondite e vissute dall’interno, possiamo conoscere direttamente le loro emozioni e i loro pensieri, non è poco.

Nelle note all’autore dici di essere atea ma di mantenere un certo anelito verso la trascendenza… ti va di spiegarci? 
In effetti, è difficile da spiegare anche per me. Sono assolutamente atea eppure vado sempre a parare lì, sulla religione, intendo, fin dal primo romanzo che parlava del contrasto fra indù, cattolici e musulmani. E anche nell’ultimo lavoro che sto scrivendo adesso la religione è importantissima. C’è sempre un contrasto fra trascendente e profano, fra impulso terreno, sessuale, naturale, e spiritualità. Forse è questo contrasto che mi piace analizzare, questa ricerca di santità impedita, però, dall’istintualità. Forse è una quest personale di cui non sono ancora consapevole a livello conscio. 

Come hai lavorato, nella ricerca e catalogazione delle fonti?
La parte romanzesca prevale su tutto e ci tengo a dirlo per coloro che possano pensare che i miei siano racconti noiosi o pedanti. Non sono una storica, non faccio ricerche di archivio ma mi documento tantissimo. La materia storica mi serve per due motivi: il primo è dare sapore e creare atmosfera, ma cerco sempre di limitare la ricostruzione a pochi cenni, lascio il resto all’immaginazione del lettore per non appesantire troppo la narrazione che deve essere avvincente e scorrevole. Il secondo motivo è che la ricerca, oltre a arricchirmi, mi dà il là, cioè mi offre lo spunto per le scene, per i dialoghi, per andare avanti insomma. Però, come scrivo nelle note, io prendo dalla storia e dai documenti solo quello che mi serve, quello che è narrativamente utile per me in quel momento. Ad esempio, è assodato che Gesù avesse dei fratelli, uno era Giacomo che in seguito fu a capo della nascente Chiesa cristiana. Ma a me premeva indagare animo ed emozioni di una madre che perde un figlio unico specialissimo, quindi ho scelto di non rispettare la verità storica. lo stesso dicasi per la Maddalena che probabilmente era una donna benestante e libera al seguito di Gesù, mentre io ho deciso, per convenienza narrativa, di attenermi alla figura tradizionale modellata creata dalla Chiesa Cattolica che ne fa una prostituta. 

Racconti un periodo molto lontano… è stato difficile immaginare ogni personaggio, renderlo così vicino a noi?
No, per me non è mai difficile entrare nella mente dei personaggi, vivere le loro vite. Mi immedesimo completamente, sono di volta in volta maschio, femmina, bambino, adulto, cane, Dio, ed è la parte che preferisco. Sempre più i miei scritti somigliano a lunghi flussi di coscienza. In ogni personaggio metto un po’ di me ma nessuno è completamente me, sebbene ogni pietra, ogni uccello, ogni anima sarà comunque la mia pietra, il mio uccello, la mia anima, perché sarà visto attraverso i miei occhi.

Quando inizia la tua carriera di scrittrice?
E chi dice che sia mai iniziata? Scherzi a parte, io scrivo da sempre, fin dai tempi dell’università. Ho all’attivo moltissimi racconti e sei romanzi, alcuni dei quali autopubblicati su ilmiolibro.it, e solo uno pubblicato da Marchetti Editore, una piccola e coraggiosa casa editrice pisana, molto selettiva, molto curata nell’editing e nella grafica. Elena Marchetti ha creduto in me, si è innamorata a prima vista de L’uomo del sorriso, che nel frattempo era stato segnalato al XXVI Premio Inedito Calvino, e ci ha investito del suo. 

Cosa provi quando scrivi? Te lo chiedo perché c’è anima, nelle frasi e nei pensieri che esprimi su carta, come se il tuo cuore stesso si frantumasse per regalarsi ai lettori… 
Cosa provo? Allora, innanzi tutto io non sono di quelli che dicono che sono contenti mentre scrivono, che non ne possono fare a meno. Io ne posso fare a meno benissimo, e farei qualunque cosa pur di non sedermi davanti all’orribile pagina bianca. Scrivere è fatica, è tormento, è una cosa difficile e non per tutti. Io, più che scrivere, distillo, e non credo a quelli che sfornano tre romanzi l’anno. Posso stare anche un quarto d’ora davanti a una parola che, magari, non esprime compiutamente quello che voglio dire, poi trovo quella giusta e mi va in assonanza con il sostantivo di sopra e allora bisogna scegliere a quale dei due vocaboli rinunciare. E’ un gesto faticoso, anche fisicamente, come diceva la Fallaci in un pezzo memorabile, faticoso e solitario. Ci vuole tanta pazienza e tanto lavoro certosino di lima per dare un’impressione di leggerezza e scorrevolezza e per non essere banali. Ma quando alla fine tutto torna e la frase è data, è cristallina e cristallizzata, allora sì, c’è felicità pura.
Il mio cuore si frantuma? Sì, credo tu abbia colto nel segno. Scrivere serve ad arginare le emozioni, ad allontanarle da sé, incanalandole. Quello che scrivo è spesso frutto del momento che sto vivendo, delle mie emozioni, la rabbia in primis, l’angoscia, la solitudine, il dolore. Ma poi c’è il lavoro di revisione, di scrematura e il cuore si trasforma in cervello.

Come è stato accolto dal lettori "L’uomo del sorriso"?
In modo positivo. Io temevo che fosse considerato blasfemo, invece lettori molto religiosi hanno detto di aver creduto di più. Una persona mi ha detto persino di aver compreso per la prima volta lo stabat, cioè il dolore che deve aver provato Maria ai piedi della Croce. 

Cosa bolle nella tua pentola? Hai qualche nuovo progetto in mente
L’editore Marchetti ha in progetto di ripubblicare a breve Signora Dei Filtri, un romanzo che ha girato in rete per un certo tempo e che finalmente approderà all’editoria tradizionale. Narra la storia del viaggio degli Argonauti, di Medea e Giasone. Puoi capire che i personaggi sono piuttosto potenti. Ho letto Seneca, Euripide, Pasolini, Christa Wolf, Apollonio Rodio, ho studiato il culti di Mitra e i misteri orfici ma anche qui ho compiuto un’operazione romanzesca intrigante.
Come novità, invece, c’è Una casa di Vento, inedito del tutto diverso dalle altre opere perché ambientato nella mia città e al girono d’oggi. Infine, sto scrivendo una cosa nuova, tornando appunto al romanzo storico, la vita di Santa Margherita dì Ungheria vista in un’ottica particolare e personale. Non ha senso, infatti, riproporre storie conosciute se non si trova un’angolazione solo nostra da cui rinarrarle.

Dove possiamo trovare "L’uomo del sorriso"?
L’uomo del sorriso è in vendita su tutte le principali librerie on line, da Ibs ad Amazon, direttamente sul sito di Marchetti Editore e anche in alcune librerie selezionate, ad esempio le Feltrinelli di Pisa e di Livorno.

Ti troviamo sui social? 
Sì, certo, sono molto attiva in rete. Ho un profilo Facebook, un account Twitter e sono presente anche su Linkedin e Pinterest. In passato ho collaborato al sito Criticaletteraria e a Livorno Magazine, e dal 2012 amministro il blog collettivo signoradeifiltri.blog, una via di mezzo fra un blog letterario e una rivista di cultura varia.


Federica Cabras

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