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Il cinema della "Nouvelle Vague" in Francia

Tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta nella cultura francese si rinnovano molte forme di espressione, con una vitalità incredibilmente produttiva quanto disordinata e un poco caotica. Questa generazione di artisti ha preparato la strada o, forse meglio, aperto la via alla rivolta generazionale che ha avuto il suo culmine nei movimenti del Sessantotto. Una generazione che non ha vissuto i problemi, le ansie, le preoccupazioni della guerra se non nella sua infanzia, e quindi le sono estranei i dilemmi, i dubbi, i perché dell'impegno civile del primo dopoguerra.


Di sicuro una generazione che vive delle mutate condizioni storiche come l'avvio della coesistenza pacifica, la ripresa economica e le affermazioni socialdemocratiche in politica. In Francia questa nuova generazione di cineasti rompe gli schemi e le costrizioni precedenti dando vita a una "Nouvelle Vogue" che si scontra soprattutto con la rigida censura della Quinta Repubblica di Charles de Gaulle. Sono questi gli anni del Fronte di Liberazione Nazionale algerino e dell'OAS francese. Il loro cinema d'autore rivendica la "sovranità" del regista, che deve portare ovunque il segno e le tracce partendo dalla convinzione che il "linguaggio della realtà" è fatto di ambiguità. Da ciò nasce, stilisticamente, la svalutazione del montaggio a vantaggio del piano-sequenza, delle scene madri a vantaggio della descrizione di comportamenti minimi, dell'esibizione della tecnica, del gusto della citazione.
Il cinema della "Nouvelle Vogue" riflette su se stesso e conferisce all'arte cinematografica uno statuto di modernità e di autonomia artistica. In effetti, senza la "Nouvelle Vogue" il cinema sarebbe rimasto ancorato a vecchi schemi di elaborazione, superati e non più possibili in una realtà sociale in fermento proponente idee innovative, per non dire rivoluzionarie, in ogni campo dell'umano esperire, e non solo per il cinema francese ma certamente per l'intero cinema mondiale.


Molti registi aderiranno alla "Nouvelle Vogue", anzi si mostreranno entusiasti della via aperta dal Movimento perché ormai bisognosi di cambiamento e di una ventata di "freschezza" nelle concezioni artistico-cinematografiche ritenute, a ragione, superate. I tempi erano maturi, le idee erano chiare e circolavano con facilità, e allora perché non tentare di cambiare, di rivoluzionare, di vincere le sacche di resistenza annidate ancora nelle istituzioni politiche e sociali?
Forse per i cineasti è stata una sfida, ma una sfida "sentita", "voluta e "partecipata". Niente poteva dare sicurezza sulla riuscita del progetto e sulla realizzazione concreta delle idee, però hanno rischiato lo stesso, il tutto per tutto, e hanno vinto. Il cinema, quale forma d'arte e di comunicazione efficace, deve molto alla "Nouvelle Vogue" francese. Senza di essa ci sarebbe stato, in Italia, Pier Paolo Pasolini con i suoi capolavori cinematografici? Credo proprio di no. Una "Nouvelle Vogue" oggi porterebbe dei cambiamenti epocali nel cinema, rinnovando molte cose e contribuendo al miglioramento e alla "ripresa artistica" di una forma d'arte in palese declino.

Francesca Rita Rombolà

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