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Il riflesso del mondo, in una pozzanghera di fango: la raccolta di poesie di Elisabetta Panico

Una raccolta introspettiva, carica di rumori e sensazioni. Immagini e analogie. Parallelismi. 
C’è la solitudine, questa grande maestra di terrore e dolore che ruba le anime e le porta nell’oscurità più pungente. Immobilità che preme sul cuore, piaga che logora l’anima. Ogni tanto dà un respiro, è vero – come “anime che si aspettano a una fermata del bus, che s’incrociano a una serata jazz” – e si ritrova la gratitudine, una parvenza di felicità in un’alba che odora di illusione e di fragilità, di piccolo sospiro. Poi torna, la solitudine. Inesorabile. Triste. Fredda come un mattino di gennaio. Rara. 



C’è la musica. Suoni che sanno di tosse, di gemiti e di sospiri. Rumore che sa di mattino e di alba e di bellezza in una vita che spesso sembra dolorosa, affannosa. Rumore che si trasforma in jazz e crea magia. Rumore che diviene canzone preferita, indimenticabile. Rumore che è in tasti del pianoforte che suonano e in palazzi che cadono. 
C’è la codardia dell’uomo. 
C’è la voglia di scrivere lettere, in questo nostro mondo veloce e frettoloso, sterile di sentimenti. 
C’è voglia di iniziare, di amare di nuovo, di cambiare – mi pare di leggerlo, tra le righe – e di tornare al sole, all’allegria. 
C’è l’amara consapevolezza di far parte di un mondo di maschere che fingono. 


C’è l’amore. Molti componimenti sono pregni di un sentimento che fa andare il cuore veloce come una farfalla che sbatte le ali verso l’infinito. Desiderio di ricevere e di dare amore – come se fosse necessario respirarla, questa emozione di cui tutti parliamo – e voglia di viverlo a mille. Un amore creato dagli artisti. Un amore che rende il cuore disidratato. Un amore che quando è troppo sensato perde. Un amore particolare, dove è giusto pensare che la persona con la quale si deve stare è quella a cui si perdonerebbe “uno sputo nella minestra o un calcio nel culo” perché il perdono è più facile dell’addio. Un amore che non è unico, in una vita intera. Un amore carnale, che brama vedere i vestiti a terra e che si ciba di ricordi lasciati crescere sul davanzale di una finestra. Un amore che è come mangiare senza sale, l’estate senza il sole, leggere al buio, strada senza marciapiedi, penna senza inchiostro. Un amore che dona mani che accarezzano persino quando non le si sente, dolci e discrete come solo la devozione sa essere. 
C’è tutto questo, in questa raccolta che sembra un diario fatto di riflessioni. È profondo, è dolce ma non smielato, è triste ma non distruttivo. È autentico. 


Chiudo con un componimento particolarmente suggestivo.

Il circolo vizioso di un incompreso.
Vivi nel tuo mondo,
il tuo mondo è fatto di lettura,
disegno,
scrittura,
e tante riflessioni.
Ti capita di entrare
anche in contatto con persone reali.
Le persone che conosci
ti fanno sentire strano
perché sono tutte uguali;
la delusione e frustrazione
nel sentirti sempre sola
nel tuo genere, 
prendono il sopravvento;
come unica consolazione
ti richiudi nel tuo mondo e
il tuo mondo immaginario 
continua ad arricchirsi;
la differenza tra te e gli altri
aumenta.
La solitudine cresce.
Consolazione:
il tuo mondo
gira 
gira 
gira.

Scheda del libro
Autore: Elisabetta Panico
Titolo: Il riflesso del mondo, in una pozzanghera di fango
Editore: BookSprint Edizioni
Pagine: 62
Anno: 2016


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