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Senza glutine per scelta: il pericolo dell'autodiagnosi nei casi di celiachia

La malattia celiaca ha trovato, negli ultimi anni, una maggior inclinazione da parte di alcune imprese nel dedicarsi alla produzione di specifici alimenti gluten free. Ciò ha mosso, a livello globale, un giro d’affari superiore a 4,64 miliardi di dollari nel 2016, cifra destinata a triplicare nel 2026 (dato della società inglese di ricerca Visiongain).


In Italia, la maggiore concentrazione di imprese di questo tipo si trova tra l’Emilia-Romagna, la Lombardia, il Veneto e il Piemonte. Si tratta di realtà che hanno deciso di affiancare alle loro consuete linee di produzione la linea dedicata al soggetto celiaco (come ha fatto ad esempio la Buitoni e la Galbusera). Come mostrano i dati italiani, la celiachia è ancora l’intolleranza alimentare più diffusa, attualmente i diagnosticati sono all’incirca 182.000, anche se la prevalenza di questa patologia è dell’1%. Questo dato specifica che i celiaci italiani sono circa 600.000, ma la maggior parte di loro non ne è consapevole (dati dell’associazione AIC, Associazione Italiana Celiachia). 
Attualmente sempre più persone decidono di escludere il glutine dalla propria dieta autodiagnosticandosi la celiachia. La scelta di una dieta senza glutine è una buona idea? L’immunologa mucosale Carmen Gianfragni sottolinea: “Non è consigliabile seguire una dieta senza glutine in assenza di una patologia diagnosticata”. Ed inoltre: “I prodotti gluten-free possono avere un elevato indice glicemico e un maggior contenuto di grassi”. Per rendere più gradevoli i prodotti da somministrare spesso si arricchiscono con lipidi e zuccheri in eccesso. Tale aspetto costituisce di fatto un problema per la nostra salute, come risolverlo? “Diversificare è l’aspetto fondamentale”, conferma Virna Cerne, leader nell’Area Science Park di Trieste del dipartimento ricerca e sviluppo dell’azienda Dr. Schär. “Negli ultimi cento anni abbiamo mangiato moltissimo frumento, lasciando da parte altri cereali. In questo senso diversificare la dieta può portare a dei vantaggi, perché si introducono ingredienti diversi, come la quinoa”. 


Il Ministero della Salute è molto chiaro nel sostenere la propria battaglia per combattere l’autodiagnosi. Un soggetto potenzialmente celiaco non dovrebbe cominciare una dieta gluten-free in assenza di sintomi e degli anticorpi specifici. Nessun paziente dovrebbe escludere il glutine prima delle visite mediche di routine. I prodotti gluten-free però sono percepiti come alimenti dietetici, sinonimi di alimentazione sana ed equilibrata e quindi mangiarli risulta essere spesso una “moda alimentare”. Allo stesso tempo, ricordando che “non c’è miglior medico di se stessi” molti si sono resi conto che un’alimentazione priva di glutine migliorava il proprio stato di salute. In questi casi non è corretto parlare di celiachia, ma di sensibilità al glutine. 
Nel 2016 è stato condotto uno studio su 140 pazienti tra i 18 e i 65 anni che non erano né allergici al grano né celiaci, ma che, dopo la sua ingestione, manifestavano sintomi come gonfiore addominale, stanchezza e nausea. Ad oggi non sono ancora noti i marcatori adatti per fare una diagnosi di sensibilità al glutine. Dopo un periodo di tre settimane di dieta priva di glutine, sono state loro somministrate pillole ricche di glutine o un placebo. Dato che nessuno sapeva quali pillole stesse ingerendo, è stato possibile capire chi riscontrava un peggioramento dopo la reintroduzione del glutine.


Dott.ssa Daiana Rizzo (Biologa nutrizionista)

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