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Napoleone/Cameron VS Alessandro I/Juncker: la Brexit un anno dopo

Il 23 giugno del 1812 Napoleone Bonaparte diede inizio a quella che si rivelò una catastrofe per l’esercito francese: la campagna di Russia. All’origine di tale scelta ci fu la decisione da parte della Russia di non partecipare al Blocco Continentale voluto da Napoleone, che vietava di fatto alle navi inglesi di attraccare nei porti dell’impero: all’imperatore francese questa decisione dello zar Alessandro I non piacque e, alla guida di un esercito di oltre 600mila uomini, esattamente 205 anni fa, attraversò il fiume Niemen avviando ufficialmente l’inizio del declino della sua carriera. Le origini quella guerra, però, risalgono a cinque anni prima quando Napoleone, sconfitti i prussiani a Jena ed i russi a Friedland, incontrò i sovrani nella città di Tilsit per le trattative di pace. È in occasione di questo incontro che si consuma tra Francia e Russia quella che Nicola Zotti ha definito una "pace imperfetta". Infatti, Napoleone non solo delineò allo zar lo scenario che si sarebbe venuto a creare con l’attuazione del Blocco, ma si spinse oltre, offrendogli di fatto il dominio sul mondo intero attraverso l’inizio di una campagna in Egitto che avrebbe consegnato alla Russia i territori indiani e persiani. Il nodo principale di quelle trattative, però, restava l’attuazione del Blocco Continentale. Ma non furono le proteste dei commercianti a far cambiare idea allo zar (il mancato rifornimento di materiale manifatturiero e di legname dalla Gran Bretagna misero in serie difficoltà l’economia russa), bensì una promessa tradita da parte dell’imperatore francese. A Tilsit era stato creato il ducato di Varsavia: lo zar confidò nel fatto che Napoleone non avrebbe mai fatto in modo che si potesse trasformare in un vero e proprio regno, ma, dopo una sconfitta ai danni dell’Austria, l’imperatore gli conferì i territori ad essa appartenenti. Questo ad Alessandro suonò come un campanello d’allarme e dal 1810 entrambe le parti iniziarono i preparativi per la guerra. 
La strategia adottata dalla Russia si rivelò efficacissima: si trattava della strategia chiamata “terra bruciata”. Essa consisteva nell’attirare l’esercito francese nell’area delle grandi campagne, mettendo in estrema difficoltà il nemico a causa delle condizioni climatiche. Dopo tre mesi l’esercito di Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso a Mosca, attendendo invano l’arrivo dello zar per stipulare la pace. Ma Alessandro I si era ritirato nella zona degli Urali e quando Napoleone ordinò la ritirata il suo esercito venne decimato: alla fine del conflitto, sopravvissero soltanto 100mila uomini. Questa grave sconfitta diede il via libera alla formazione della Sesta coalizione (formata da Austria, Inghilterra, Prussia, Russia e Svezia) che sconfisse Napoleone l’anno seguente a Lipsia.

Esattamente un anno fa il Regno Unito si recò alle urne per scegliere se rimanere nell’Unione Europea oppure andarsene. L’ex premier Cameron, come promesso nella campagna elettorale, avviò i negoziati per rivedere l’adesione del Regno Unito all’UE. Le proposte che avanzò riguardavano il tema dell’immigrazione, chiedendo un maggiore impegno alle istituzioni europee; la possibilità da parte degli Stati membri di porre veti sulle decisioni comunitarie; nuovi accordi per gli scambi commerciali e una forte riduzione della burocrazia per le imprese; la non-applicazione delle norme in materia economica per i Paesi che non hanno adottato l’euro, escludendoli inoltre dall’obbligo di aiutare le economie in maggiore difficoltà degli altri Stati. Dopo una campagna referendaria seguita in tutto il mondo, con appena il 52% dei consensi vinse il fronte del leave. Gli inglesi avevano deciso: non avrebbero più fatto parte dell’Unione. 
Subito dopo l’esito del voto si sollevarono varie reazioni: Cameron, prendendo atto della sconfitta, rassegnò le dimissioni, Farage si disse entusiasta, Salvini, così come la Le Pen in Francia, auspicò lo stesso referendum in Italia e Trump si congratulò con il Paese per essersi ripreso la propria sovranità. 


Ma, a distanza di un anno, siamo così sicuri che la Brexit abbia favorito l’economia inglese? Prima di tutto, è stato registrato un calo piuttosto notevole della sterlina (quasi il 7% soltanto il giorno dopo il voto), l’export in meno di un anno è aumentato del 7%, ma con un tasso di importazioni pari all’8% non è stato possibile ridurre il deficit commerciale. Per non parlare dell’inflazione, oggi al 2,7% ed una correlazione elevata (e dunque negativa) tra inflazione e cambio. Questa perdita del potere d’acquisto ha fatto sì che registrasse un calo dei salari e dei consumi. Dal +1,8% di giugno si è arrivati all’odierno 0,6%; mentre, per quanto riguarda gli acquisti delle famiglia, la contabilità del PIL mostra un forte rallentamento da un anno a questa parte: dal +0,5% del giugno scorso, al +0,4% registrato in autunno, per poi arrivare dopo un anno con un +0,2%, sostanzialmente fisso dall’inizio del 2017. L’andamento del costo delle case appare in linea con quello degli ultimi anni mentre, a far preoccupare l’economia, è la Borsa: dall’esito del referendum ad oggi ha guadagnato 22 punti. Una volta conclusi i negoziati ed ufficializzata l’uscita dall’Unione Europea, potrebbe esserci una fuga all’estero di lavoratori e imprese. 
Dopo il voto, il Paese era letteralmente spaccato a metà: chi esultava come se non ci fosse un domani e chi piangeva perché, a suo dire, un “domani” non poteva esserci. O perlomeno, non sarebbe stato lo stesso. Tempo neanche due giorni, però, che milioni di cittadini avevano avviato una raccolta firme per ripetere la votazione. Non si tratta di coloro che avevano votato per rimanere: si tratta di tutti – tanti – “pentiti” che non si erano informati a sufficienza e ora volevano fare marcia indietro. Non essendo però possibile, tre delle quattro nazioni che compongono il Regno Unito (Galles, Scozia e Irlanda del Nord) starebbero valutando di avviare le procedure per un referendum sull’indipendenza. Eppure in Galles avevano vinto i leave, così come in Inghilterra. Ma nonostante ciò, tantissimi cittadini ora chiedono la ritirata, come Napoleone. Ad attenderli agli Urali questa volta però non troveranno lo zar ma il presidente della Commissione Europea - Jean-Claude Juncker - che, appreso l’esito referendario, auspicò un "celere abbandono dall’Unione Europea da parte del Regno Unito". Come a dire: avete voluto la bicicletta? Ora pedalate. Il più lontano possibile da noi, aggiungerei.

Matteo Menegol

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