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Onda su onda: il cambiamento climatico dei nostri giorni

Onda su onda” è una canzone di Paolo Conte del 1974 che, a posteriori, ben può inquadrare l'anomala situazione climatica che dall’inizio degli anni 2000 sta vivendo l’Italia, uno dei Paesi affacciati sul Mediterraneo più esposti; non si tratta ovviamente di onde marine ma di ondate di calore subsahariane che, come odi premonitrici del testo della canzone, narrano di un cupo finale “in balia di una sorte bizzarra”.


Un ricordo l’anticiclone delle Azzorre che portava clima caldo e asciutto, la “sorte bizzarra” dei cambiamenti climatici ci vede boccheggiare a inizio giugno come fossimo a Ferragosto, afa e temperature oltre i 30 gradi dopo una primavera in anticipo che fa prevedere l’ennesima estate rovente.
Tutto ciò deve farci ancor più consapevoli di quanto prioritario sia l’accordo sul clima firmato a Parigi nel 2015 e ratificato da un centinaio di Stati, Cina compresa. Lo scopo è ormai noto a tutti: contenere sotto i due gradi l’aumento della temperatura rispetto ai livelli preindustriali, se così non fosse, le conseguenze le conosciamo: ghiacciai che si riducono, aumento dell’intensità dei cicloni, desertificazione ed innalzamento del livello del mare che metterà a serio rischio la vita di gran parte delle popolazioni che si affacciano sulle aree costiere di mezzo mondo.
In un passato abbastanza recente la macchina del clima è sempre stata in generale abbastanza semplice. A livello tropicale c’era un surplus di energia rispetto a quello temperato e polare e proprio verso questi ultimi due livelli lo spostamento delle masse d’aria, tramite le correnti tropicali verso le zone temperate e polari, ha riequilibrato il sistema. Da tempo ormai non è più così, tanti (troppi) fattori naturali ed indotti interagendo fra loro hanno influenzato il cambiamento climatico dei nostri giorni. Diventano di fondamentale importanza i “summit” a riguardo, ma gli interessi nazionali spesso ne vanificano gli scopi.
Qualcosa del genere è successo nel 2009 alla Conferenza sul clima di Copenhagen dove le 192 delegazioni partecipanti hanno clamorosamente fallito il tema, ovvero fare un accordo sulla diminuzione delle emissioni di anidride carbonica, dagli scienziati più intenti a rubacchiarsi mail e dati anziché discutere con umiltà sul rischio dei gas serra, alla battaglia di idee dei “negazionisti” dell’effetto serra che nel dubbio hanno pensato bene di limitare i rischi; di peggio infine hanno fatto gli “attivisti” che, tra riunioni, pranzi e colazioni, hanno deciso che in fondo nulla c’era da decidere.


Anche recentemente purtroppo c’è chi ha detto no. Gli Stati Uniti (con Siria e Nicaragua) per bocca del presidente Trump hanno dichiarato di voler uscire dall’accordo di Parigi rendendo così impossibile misurare le emissioni di gas serra da parte degli enti preposti nel prossimo futuro, contraltare della politica di Obama centrata a ridurre le emissioni di gas climalteranti del 26-28% entro il 2025.
Se non ci saranno “ripensamenti” in merito, miliardi di tonnellate di anidride carbonica provenienti dallo sfruttamento delle energie fossili (carbone, gas naturale e petrolio) finiranno in atmosfera grazie al nuovo corso dell’amministrazione a stelle e strisce vanificando quanto “di buono” potrebbero invece fare per l’ambiente quelle rinnovabili (biomasse, eolico e solare).
Stati Uniti quindi sotto accusa quanto le politiche industriali di Cina, India e Paesi emergenti che non considerano prioritarie le argomentazioni redatte a Parigi per contrastare i cambiamenti climatici, accordo che fortunatamente “regge” fra i sei grandi della Terra, cioè Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada. Basterà a proteggere il nostro pianeta?

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