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Il grande dilemma delle famiglie italiane: come gestire entrate e uscite mensili

Il grande dilemma delle famiglie italiane riguarda la gestione delle entrate e delle uscite. Mese dopo mese le tante spese erodono buona parte degli stipendi, ma una parte finisce nella quota risparmi, con il dubbio sulle modalità di deposito o di investimento. Il classico modello conservativo non è più efficiente e non migliora il patrimonio complessivo (anzi a causa dell’inflazione rischia di peggiorarlo), ed è per questo che gli italiani spesso e volentieri investono nel mattone, nonostante i rischi connessi a questo mercato soggetto ad oscillazioni continue e a svalutazioni repentine.


Le alternative reali a queste due opzioni arrivano dal mondo della finanza: si tratta dei conti deposito e dei “classici” conti corrente. Entrambi i servizi sono proposti dalle banche - o da altri interpreti del mondo finanziario - e la loro caratteristica più interessante è la tutela totale da parte del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi purché le somme versate si mantengano entro i 100.000 euro. È questo probabilmente uno dei pochi punti di contatto tra i due prodotti, che per il resto appaiono totalmente differenti.
Il conto deposito “nasce” in Canada nel 1991 per mano di ING Direct, che ha voluto lanciare sul mercato un prodotto finanziario in grado di generare rendimenti più alti di un conto corrente grazie all’eliminazione delle infrastrutture su cui si fondava il “classico” conto corrente. Con l’ausilio di internet, il conto deposito si è poi gradualmente evoluto, e nonostante abbia perso nel tempo gran parte del suo appeal, è riuscito a fare breccia anche nel cuore dei grandi player. I rendimenti elevati che erano alla base dei conti deposito sono però fortemente legati sia al contesto macroeconomico che alla strategia di investimento, e non all’effettiva efficacia del prodotto. Per questo motivo, gran parte degli investitori e gli stessi istituti che avevano basato sogni, speranze e prospettive sui conti deposito hanno subito le perdite più importanti in seguito alla crisi del 2008. Il “nodo” è tutto nei vincoli temporali che caratterizzano i conti: da 3, 6, 12, 18 e persino 60 mesi di permanenza obbligatoria sul conto, i fondi possono fruttare una percentuale annua variabile, ma allo stato dell’arte questo metodo non riesce a superare l’inflazione e non porta risultati così tangibili al cliente.
Il conto corrente classico ha invece tassi di interesse irrisori, che oscillano tra l’1 e il 2,5% lordo, non vincola le somme e può essere utilizzato, come ormai gli italiani hanno imparato da tempo, per il saldo delle utenze, per gli accrediti di stipendi e pensioni, nonché per effettuare saldi, bonifici e ricariche telefoniche. In questo caso l’imposta di bollo sale in maniera considerevole, visto che, non essendo attivi paletti di alcun tipo, il risparmiatore dispone delle somme da lui versate nella maniera che ritiene più opportuna.
Tirando le somme, nell’ottica della ricerca di un rendimento più o meno importante, entrambi gli strumenti non soddisfano più esigenze ed obiettivi del risparmiatore, perdendo progressivamente appetibilità. Sono sempre più, infatti, gli italiani che decidono di rischiare una parte delle somme accantonate in fondi di investimento, attratti dalla flessibilità di questo strumento e dall’ampia personalizzazione. I portafogli sono non sono infatti soggetti a vincoli o penali, sono “cuciti” sulle valutazioni di rischio e sugli obiettivi dell’investitore, consentendo anche un controllo capillare grazie all’ausilio della tecnologia e della reportistica fornita dal consulente finanziario. L’adattabilità dei fondi d’investimento a qualsiasi stagione e l’insofferenza di fronte alla crisi rende questi strumenti molto appetibili, come confermano i numeri sulla raccolta del 2017 e la curva ascendente che caratterizza la “vita” di questi prodotti finanziari.

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