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Massimo D’Alema: il miglior risultato di Renzi

Era il suo nemico numero uno, ma grazie a sé stesso è riuscito riportarlo in auge. Il sospetto è che non sia per le loro divergenze politiche, ammesso che ce ne siano: il problema è che Renzi e D’Alema sono due facce della stessa medaglia. Trovarsi come successore un leader che è la tua fotocopia – tranne che per il baffetto – e addirittura più onesto intellettualmente di te, è una cosa che penso darebbe fastidio a molti.

Photo credits: dagospia.com

È di D’Alema il primato di aver buttato giù un governo del suo stesso partito per andare a Palazzo Chigi; è di D’Alema il primato di aver salvato Berlusconi quando sembrava ormai giunto al capolinea; è di D’Alema il primato di essere finito in uno scandalo delle banche (quest’ultimo con l’aiuto di Fassino). Ecco, al vecchio leader comunista l’idea che ora ci sia uno più giovane che, forse a sua insaputa, ha deciso di seguire le sue orme su tutti e tre gli scenari mi sembra che non gli vada tanto a genio. Ma non è sempre stato così.
Tutti ricordano il D’Alema aggressivo e ruspante che contrastava il nuovo che avanza nelle primarie di cinque anni fa. Bene: una volta che la leadership andò a Bersani, D’Alema pian piano cominciò ad avere parole buone per l’allora sindaco di Firenze. Poi arrivò il fatidico appuntamento dell’elezione del presidente della Repubblica e Renzi, ordinando ai suoi di votare Chiamparino affossando così la candidatura di Marini, fece un autogol clamoroso: si giocò l’appoggio dell’ex premier per le successive primarie. Infatti, in occasione della corsa per la segreteria del partito, D’Alema disse che Renzi sarebbe servito più come candidato premier. Ma si sa: la corsa sul carro del vincitore è lo sport preferito dalla politica. E anche D’Alema si aggregò all’ondata di deputati e senatori che iniziarono ad idolatrare il neosegretario. Nel frattempo, Renzi dà un calcio nel sedere a Enrico Letta cacciandolo dal governo, ma chi se ne importa: ci sono le elezioni europee e D’Alema ha già in testa il proprio obiettivo. Con la scusa di sentirsi in dovere di dare una mano al nuovo governo, D’Alema cominciò a corteggiare in tutti i modi possibili il premier: prima spendendo parole di miele verso di lui ("Renzi batte Berlusconi sul suo campo") e poi invitandolo alla presentazione del suo ultimo libro sull’Europa, elogiandone l’oratoria e lo stile.
Ma qualcosa ad un certo punto si interrompe. Renzi, nonostante i pronostici, non fa il nome del suo predecessore come commissario europeo e questo per D’Alema è un pugno nello stomaco: ci vorranno tre mesi per elaborare il lutto. Il 29 settembre 2014 è il giorno del grande ritorno del "buon vecchio Max”: in una direzione tesissima, dove tutta la minoranza dem sputa il proprio veleno sul leader (un veleno fatto per il 99,9% di valium), D’Alema sferra diversi attacchi a Renzi. "Questo lo ha detto Stiglitz, un Premio Nobel. E non vedo nessuno tra i nostri giovani consiglieri che sia stato insignito di tale premio". "Meno slogan, meno spot e un’azione di governo più seria". "Non puoi raccontare che la riforma del lavoro è lì da quarantaquattro anni, perché un po’ di persone che conoscono le cose ci sono, Matteo. E devi pensare anche a loro, non solo agli altri". Quell’intervento segnò la rottura definitiva tra i due. Un rapporto basato sull’opportunismo, come molto spesso capita a entrambi: finché ho bisogno ci sarò, dopo non è un problema mio.
La campagna referendaria è quella dove D’Alema si è scatenato di più: interviste, dibattiti e comizi. Tutto pur di non far vincere il nemico. Alla fine gli sforzi sono stati premiati e la sera del 4 dicembre D’Alema stappa una bottiglia insieme al compagno Speranza. Poi la scissione. Qualche giorno fa disse che, qualora i cittadini gli avessero chiesto di candidarsi, lui si sarebbe assunto le proprie responsabilità. Insomma, da alcuni mesi a questa parte D’Alema è tornato ad essere al centro della scena. Lui, implorato da Nanni Moretti di dire qualcosa di sinistra, detestato dalla maggior parte degli elettori per i suoi atteggiamenti e tenuto ben d’occhio dai suoi compagni di partito (Occhetto arrivò a definirlo "maestro di complotti"), D’Alema ora è l’aspirante nuovo leader della sinistra. Ma siamo sicuri che all’elettorato di centrosinistra convenga avere un candidato come D’Alema? Basta citare la storia. 


Massimo D’Alema è colui che nel 1997, per assicurarsi la presidenza della commissione Bicamerale, in pieno Governo Prodi, incontrò Berlusconi a casa di Gianni Letta per garantirgli l’affossamento della legge sulle frequenze televisive che avrebbe dovuto sancire il passaggio di Rete 4 sul satellite. A Berlusconi, di fatto, interessavano i provvedimenti legati alla giustizia e alle telecomunicazioni: della Costituzione non gliene è mai importato nulla. Dopo alcuni mesi il tavolo salta, la Bicamerale fallisce e D’Alema, anziché cercare la rivincita su Berlusconi, decide di affossare Prodi. Ma prima, rassicura tutti dichiarando: "O Prodi o elezioni", una sorta di #EnricoStaiSereno ai tempi in cui Twitter non esisteva ancora. 
Massimo D’Alema è lo stesso che privatizzò Telecom. Nel 1999, ventiquattro ore prima che tutto si compia, D’Alema elogia l’ascesa dei “capitani coraggiosi” Colaninno, Gnutti e Consorte, per quella che in realtà si rivelerà un’operazione fallimentare. L’allora capo di Telecom Franco Bernabè convoca un consiglio straordinario per difendersi dall’attacco, ma perché l’assemblea sia valida serve la presenza del 30% dell’azionariato: viene registrato solo il 28%. Su ordine del governo, il Ministero del Tesoro e Bankitalia (nelle persone rispettivamente di Draghi e Fazio) non partecipano all’assemblea. Così, dai 984 milioni di euro di debiti coi risparmiatori e 9 miliardi con le banche si è passati sette anni dopo a 34 miliardi verso i risparmiatori e 12 con le banche. 
Massimo D’Alema è lo stesso che finì intercettato insieme a Fassino nello scandalo Unipol per la scalata della BNL. Al fine di dare prova della sopraffina intelligenza che lo contraddistingue, D’Alema, quando scoprì che Consorte (patron di Unipol) aveva il telefono intercettato, ebbe la brillante idea di avvertirlo telefonandogli sul cellulare intercettato. 
Di recente si è espresso su Renzi dichiarando: "Se questo è un leader…". Ma non mi sembra che il suo curriculum sia così brillante. E se davvero sarà lui uno dei candidati alla leadership del centrosinistra, allora Renzi potrà vantarsi qualcosa di serio: Berlusconi diceva di essere l’unto del Signore, Renzi è il Signore, considerando che ha resuscitato uno come Massimo D’Alema.

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