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La (a)normalità del calcio nostrano

La passione per il gioco del pallone non ha eguali perché nessun altro sport trasmette sensazioni così, dall’attesa del giorno prima alla discussione del giorno dopo. È questa la (a)normalità del nostro sport nazionale dentro e fuori il rettangolo di gioco, non come gli americani che di sport nazionali ne hanno quattro (football, hockey, basket e baseball) o come i “padri nobili” anglosassoni del nuovo corso "Brexitball”, il calcio italiano è tradizione e ricordo ed è bello perché c’è posto per tutti.



Non tutto è perfetto però, stadi semivuoti dove non si garantisce la sicurezza e doping latente sono solo due degli esempi in negativo dell’altra faccia di una medaglia che però ci fa sentire parte di qualcosa che malgrado tutto continua a piacere e ci induce ad andare avanti.
I tempi cambiano e noi con loro, perché se è vero che Gianni Rivera, leader del Milan che fu, abbracciò due generazioni di appassionati, oggi la gran parte dei calciatori appaiono e scompaiono nel giro di una stagione; anche i “fenomeni” (Ronaldo, Neymar, Messi, ecc.) non si identificano più come una volta soltanto per tecnica e tattica in gara ma anche per altri parametri meno nobili in quanto sono purtroppo espressione di un’epoca di sogni e quattrini che induce loro soprattutto a far “cassa”.
Denaro e avarizia dicono siano elementi insopprimibili della natura umana ed anche nello sport, come tratto evolutivo all’auto conservazione, sono una specie di motore che opera nei confronti del desiderio di ottenere sempre maggiori performance, fino a funzionare come una vera e propria droga, che se a volte può agire come cura, in altre può essere pericolosa come un veleno.
Di tutto ciò la televisione ne è corresponsabile assieme agli organi di stampa perché milioni di persone non si perderanno nemmeno un gol. Sky con copertura totale dei 380 incontri e Premium a seguire le migliori otto del campionato mentre Rai dai suoi palinsesti proporrà il pomeridiano/serale. Una girandola di immagini dei propri beniamini, dalla vestizione negli spogliatoi ai flash poco prima dell’ingresso in campo per finire con le interviste dopopartita, il tutto senza tralasciare allenamenti, conferenze stampa, notiziari speciali e gossip.


Novità dell’anno calcistico è la V.A.R. (Video Assistant Referee) ossia un arbitro in più, stavolta non in campo ma davanti ad un video per assistere il direttore di gara su gol, falli, espulsioni ed altro. Premier inglese e Liga spagnola questa novità la introdurranno solo dal 2018/19 mentre per ciò che riguarda le competizioni internazionali se ne parlerà più avanti. Ci sarà bisogno di certezze tecnologiche per uno sport che finora ha vissuto di personalismi, soprattutto per la posta che è sul piatto; 80 milioni di euro sono stati spesi dall’Inter per rinforzarsi e 220 quelli investiti dal Milan passando dalle follie francesi del Paris Saint-Germain che ha sborsato ben 222 milioni di euro per un solo giocatore: Neymar.
Una stagione esagerata quindi che ci ha visto “investire” nel gioco del pallone quanto gli inglesi e rivoluzionare il mondo arbitrale con la moviola in campo; basterà a nutrir passione dopo la girandola dei pronostici di precampionato? 
Una previsione su tutte quella del “profeta di Fusignano” Arrigo Sacchi che, in un’intervista al Corriere della Sera durante le vacanze a Milano Marittima, vede la Juventus ancora senza rivali e forte di una superiorità d’organico, caratteriale e societaria, poi il Napoli dal collettivo eccezionale; a seguire Roma, damigella d’onore dell’ultimo torneo, e le milanesi che - grazie ai 400 milioni di euro investiti - sembrano fuori dalla palude di precarietà che ha caratterizzato le ultime loro annate.
Stessa spiaggia, stesso mare per il “Mister” Sacchi sempre in gran forma, non ce ne vorrà se noi tutti, a dispetto del suo onorevole parere, speriamo invece che quello appena iniziato possa diventare un bel campionato aperto a tutte le squadre; orizzonte impossibile questo per quanto certa è la passione viscerale dei suoi vicini di ombrellone citati nell’intervista, quarta generazione di imprenditori del ramo tessile di Lissone (MI) e da sempre “parte dell’arredamento” dello “Stadium” torinese... mi sembra di conoscerli da sempre.


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