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La scuola italiana è in prognosi riservata

Ci siamo! Settembre è arrivato e - a seconda della regione - la scuola è ricominciata, tanto per gli insegnanti nell’impresa di farsi ascoltare e verificare il livello di comprensione degli alunni, quanto per gli studenti che dopo settimane di ozii e divertimenti si slegano da questo tenero abbraccio per provare a divenire adulti, convivendo con gli altri loro pari il percorso formativo didattico.
La speranza in un anno scolastico migliore rispetto a quello lasciato alle spalle è stata subito sradicata dall’immaginario di insegnanti e studenti in quanto l’eccellenza nella scuola italiana non è più di casa da tempo, aule ancora più affollate e docenti pagati male oltre che poco considerati. 


Colpa di tutto questo è la mancanza di riforme adeguate e all’avanguardia per la scuola; non hanno inciso né quella di Berlinguer  quella della Gelmini, per non parlar poi dei tentativi più recenti di rinnovamento da parte dei ministri degli ultimi esecutivi che, complice un imbarbarimento culturale del Paese che non parte certo dalla scuola, sono specchio di una cattiva coscienza collettiva e condivisa del Paese. 
I nostri ragazzi non sanno l’italiano? Basta ascoltare alla televisione l’italiano dei politici (lessico, sintassi ed espressioni dialettali) per capire negli anni quanto tempo è stato perso e quanta strada c’è ancora da fare in futuro.
Questo “atavico” e poco edificante trend in cui ha versato l’istruzione italiana ha tolto energia tanto all’insegnamento quanto all’apprendimento, perché se insegnare non è solo farsi ascoltare ma verificare quanto appreso, capire ciò che si studia è di fondamentale importanza per non perdersi per strada, ma questo si può fare solo se esistono le condizioni ideali per sfruttare al massimo le potenzialità di insegnanti e studenti.


Come gli anni passati invece è stato un mezzo fallimento, un esempio su tutti le procedure di istituire dirigenti e concorsi in grado di sostituire chi va in pensione, ragion per cui la realtà anche di questo inizio di anno scolastico è fatta di tanti (troppi) plessi scolastici dove ancora migliaia sono le cattedre vuote; nella sola Milano una cattedra su quattro non ha un preside ma solo un reggente e solo 1.571 posti su 3.016 sono coperti: mancano (come sempre) insegnanti di matematica, tecnica, inglese e spagnolo alle medie e professori per le materie scientifiche alle superiori.
Progetti formativi, abilità e competenze sono soltanto formule vuote che negli anni hanno condannato la scuola italiana alla mediocrità seppellita da una montagna di carta (non di testo) e da un’infinità di inutili riunioni, il saper fare non abita più qui, infatti l’Italia nel rapporto “alunni scuola primaria/ laureati” viene dopo Paesi del Terzo mondo; colpa della cronicità di mal funzionamenti dovuti all’accrescersi della didattica, come le classi sovraffollate alle prese con laboratori (anche informatici) inadeguati e tutto ciò in edifici malridotti spesso non a norma e trascurati degli enti locali che invece sono i responsabili della loro manutenzione.
La foto del pilastro istruzione, come in passato, è ancora questa che fa compagnia a quelle simili degli altri due pilastri della nostra società civile, ovvero Sanità e Giustizia, anche loro in “prognosi riservata” ed in attesa, almeno per quel che si apprende dai media, di “predisposizioni per situazioni di cambiamento”, che significa soprattutto lontananza dall’umile concretezza di risolvere i problemi.

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