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Catalogna: cosa succederà dopo il referendum?

Proiettili di gomma, spari, calci, manganellate, grida e disperazione. Ma anche speranza e determinazione. Così la Catalogna di ieri, domenica 1 ottobre, ha scritto una delle pagine più importanti della storia dell’intera Spagna. Una pagina che potrebbe rappresentare un punto di non ritorno.



Il referendum per l’indipendenza della Catalogna, promosso dai movimenti separatisti e dallo stesso governo catalano capeggiato da Carles Puidgemont, ha decretato la vittoria del SI con uno schiacciante 90%. Peccato, però, che ad esprimersi sarebbe stato solo il 42,3% della popolazione catalana, ovvero 2,2 milioni di persone contro i 5,3 milioni di aventi diritto al voto. Insomma, una vittoria a metà quella conseguita dalla Catalogna. Perché se i numeri contano qualcosa e se vale il principio dell’autodeterminazione più volte rivendicato recentemente dai media e dalla politica nazionale ed internazionale, SI non corrisponde alla volontà del popolo catalano, ma solo di una parte di esso. Una fetta grossa, certamente, ma pur sempre parziale.


Il tutto, in un clima da guerriglia che più volte è stato associato ai tempi della dittatura di Francisco Franco. 844 (tra cui 33 poliziotti) il bilancio dei feriti a seguito degli scontri con la polizia spagnola e con la Guardia Civil, un corpo militare con funzioni di polizia. “Mantenere l’ordine e far rispettare la legge”. Queste le disposizioni ricevute dal governo di Madrid. Le strade si riempiono di uomini delle forze dell’ordine. I manifestanti vengono respinti con la forza, i seggi elettorali sono assediati, invasi, le schede afferrate e sequestrate. Un referendum che non s’ha da fare. In alcun modo, con ogni mezzo. 2300 i seggi chiusi con la violenza secondo il governo catalano. Numeri che non coincidono con quelli comunicati dalle autorità spagnole secondo cui i seggi sgomberati sarebbero “appena” 92. A 750.000 persone sarebbe stato negato il voto


Lo stesso leader della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, è stato bloccato dalle forze dell’ordine mentre era al seggio pronto per votare. Costretto ad uscire, ha poi espresso altrove la propria votazione.
E ieri sera, nonostante il sangue e la disperazione, una folla immensa si è raccolta per le strade del centro di Barcellona sventolando bandiere e intonando l’inno catalano.
Con questi giorni di speranza e dolore, i cittadini della Catalogna si sono aggiudicati il diritto allo stato indipendente sotto forma di repubblica” ha annunciato Puigdemont in un comunicato televisivo. “Il mio governo nei prossimi giorni invierà i risultati del voto di oggi al parlamento catalano, dove risiede la sovranità del nostro popolo, così da agire in accordo con l’esito del referendum”.
Diverso il parere di Madrid, che è ferma nella decisione di non accettare l’esito del referendum.  “In questo momento posso dirvi con forza ciò che già sapete. Non c’è stato alcun referendum sull’auto-determinazione della Catalogna”, la dichiarazione glaciale del premier Mariano Rajoy. Il tutto, mentre il movimento anti-indipendentista Societat Civil denuncia irregolarità ai seggi, dove pare alcune persone abbiano votato due volte.


Insomma, il quadro era e resta drammaticamente confuso. Da una parte, infatti, non è più possibile a Madrid ignorare le pretese separatiste di una delle regioni più bollenti del territorio nazionale. Per quanto illegale, non si sarebbe potuto permettere lo svolgimento del referendum e aprirsi poi ad un dialogo ragionevole con Barcellona? Questa la domanda che assilla molti. Dall’altra parte, è necessario sottolineare che la Costituzione spagnola non prevede il diritto alla secessione e che, di conseguenza, il referendum catalano di fatto non ha validità alcuna. Certamente, le richieste della Catalogna non possono più ignorate. Ma riconoscerne l’indipendenza rappresenterebbe l’inizio della via verso il federalismo spagnolo. Non solo. Potrebbe innescare un meccanismo di reazione a catena in tutta Europa che darebbe forza ai movimenti indipendentisti locali presenti qua e là in diversi stati dell’Unione. Dal Veneto alla Lombardia in Italia, alla Scozia e al Galles nel Regno Unito; dalle Fiandre in Belgio alla Corsica in Francia, alla Baviera in Germania. Un meccanismo pericoloso sul quale l’UE pare, per il momento, non volersi ancora pronunciare.


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