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In diretta su Facebook davanti alla morte, giovane indagato a Rimini

È morto a Riccione un ragazzo di 24 anni, Simone Ugolini. Il 23 ottobre ha avuto un incidente in motorino mentre tornava a casa. Il fatto non è questo, seppure agghiacciante di per sé, questa storia non è finita qui. Non è sufficiente più nemmeno la morte, occorre che essa diventi altro affinché il pubblico dei social possa emettere una sentenza sulle nostre sensazioni.


Non basta vedere qualcosa e provare un’emozione ad essa relativa, non basta finché questa sensazione non è condivisa al fine di ricevere un giudizio dagli altri. Che si tratti di un piatto di pasta al ristorante, di una serata in discoteca o di una giornata al mare. Nessuno si accontenta più di vivere la propria vita e di essere felice o triste o spaventato, ogni volta si avverte l’esigenza di far vedere agli altri cosa stiamo facendo per ricevere un applauso o per dimostrare qualcosa, uno status, un modo di essere.
Cos’è successo quindi quella notte? È successo che, mentre Simone moriva, un giovane di 29 anni di nome Andrea Speziali, accortosi di quel che accadeva, non ha potuto resistere al bisogno di filmare, di riprendere persino la morte. Non gli bastava provare dolore, aveva bisogno ancora una volta, o forse molto di più proprio quella volta, di un consenso, di una condivisione.
Se da un lato se ne sta condannando il comportamento e l’atto di pubblicare immagini oscene mancando di rispetto alla famiglia della vittima, dall’altro si sta riflettendo sull’essere sintomo, questo fatto, di un disagio giovanile spesso sottovalutato, o ancora peggio conosciuto ma ignorato.
La reazione assolutamente fuori luogo di Andrea non si allontana molto dalle questioni affrontate nel dibattito in merito a una malattia condivisa dai giovani di oggi (e non solo dai giovani) che spesso è riassunta nella diagnosi di attacco di panico. Gli psichiatri si chiedono come mai non si sia più in grado di accettare le emozioni per quello che sono senza farsi prendere da questa paura infondata. Non si tratta più di pensare all’ansia come sintomo di un disturbo più profondo che è stato represso, ma come sintomo dell’incapacità di accettarla, di gestirla e di usarla per ottenere un risultato positivo. Tra le malattie la letteratura psichiatrica annovera, e non è un fatto recente, l’Internet Addiction Disorder (IAD). È quindi oggetto di studio di queste discipline la possibilità che le realtà virtuali in cui siamo immersi e da cui spesso siamo letteralmente invasi possano avere una qualche relazione con manifestazioni di disagio individuale o sociale.


Senza scomodare gli psichiatri, si può facilmente ricostruire la dinamica di quella notte. Così come a cena con una persona può capitare di non sentirsi all’altezza per esempio di una conversazione e di rifugiarsi nella chat di WhatsApp, allo stesso modo Andrea ha avuto paura e la sua difesa, come sempre, è stata cercare nella tasca il suo smartphone e fare un video. Un automatismo che, in un caso del genere, dovrebbe far riflettere e pensare seriamente alla necessità di un’educazione ai media ancora assente nelle scuole.
Nessuna giustificazione può avere un gesto simile, abbiamo a che fare con un avvenimento che pare urlare a piena voce la forza e la potenza che uno strumento di comunicazione come la diretta Facebook può avere sulle reazioni delle persone. E cioè, il potere di generare un distacco tale dalla realtà da far sì che essa venga davvero persa di vista. E filtrata, come sempre facciamo, dalla fotocamera di un telefonino anche quando non c’è niente da fotografare, mentre sta succedendo qualcosa che merita innanzitutto rispetto. Seppure i soccorsi erano stati già chiamati, questo ragazzo avrebbe spontaneamente dovuto e potuto vivere quel momento in modo decisamente differente. Tuttavia ha preferito fare una diretta Facebook, sperava in un like in più, dicono alcuni, aveva paura, dicono altri.
Sono stati sequestrati i filmati e le foto ed è stata chiusa la pagina Facebook della vittima, nel frattempo Andrea Speziali si è scusato affermando che era sotto choc e che non si è reso conto di quello che stava facendo. È indagato dalla procura di Rimini per la diffusione di immagini raccapriccianti.

Mariateresa Antonaci

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