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Astensionismo: i motivi di un movimento in costante crescita

Dalla fine degli anni '70 la “questione morale” di stampo berlingueriano denunciava la corruzione di alcuni partiti politici dando il via alla non partecipazione al voto da parte dell’elettorato italiano. A quei tempi non era possibile sottrarsi alla “fisicità” delle operazioni di voto e alle politiche del 1976 i voti “inespressi”, ossia le schede bianche e nulle, erano poco meno del 7%.



La consapevolezza che dal 1993 il voto non era più un dovere, la cui astensione era sanzionata, ha di fatto amplificato l’ideologia di quanto la politica fosse distante, irritante e incomprensibile. Il voto fu quindi vissuto solo come un diritto e fu per questo che la motivazione da “passionale” diventò direttamente proporzionale alla fiducia nella politica, nel bene e nel male. Decadendo l’obbligatorietà del dovere di voto, l’astensionismo è diventato una costante con un’incidenza percentuale sempre più rilevante, complice - oltre alle valutazioni politiche di ordine morale - il progressivo sfaldamento delle organizzazioni politiche operanti sul territorio, un volano di mobilitazione affettiva verso il partito di appartenenza che ha smesso di fidelizzare ideologicamente tesserati e simpatizzanti.
Nei decenni successivi (dal 1980) delusione, rabbia, frustrazione e apatia hanno accomunato la disaffezione al voto fino ai giorni nostri. A confermarlo le ultimissime elezioni regionali in Sicilia: si sono recati al voto solo il 46,76% degli aventi diritto, quasi un punto percentuale in meno rispetto alle precedenti regionali.
Non sono valse a nulla le crisi economiche del passato per avvicinare la politica ai cittadini malgrado i movimenti di piazza di quegli anni, la narrazione del crollo occupazionale causato ad esempio dai guai finanziari dalla crisi Lehman è stato “spostata” dalle piazze ai salotti tv perdendo quella leggerezza che la base popolare ha sempre amato, perché quanto si sente (e si vede) di persona il potere del governo tanto più l’elettore può sperare (o illudersi) di influenzarlo e quindi di votarlo.


La vecchia politica è collassata, quella degli slogan giacca e cravatta da cui ne è nata un’altra (forse peggiore) fatta di T-shirt e hashtag, V-Day e Meetup, una politica come prodotto e non di pensiero foriera di istanze programmatiche delle sinistre ora strillate dalle destre che hanno disaffezionato ulteriormente l’elettorato, soprattutto giovanile, condizionando ad esempio sia la vittoria di Trump che la Brexit.
È ormai radicata convinzione che ciò che si decide nelle stanze dei bottoni del potere (anche politico) sia qualcosa di umanamente distante, una sordità verso qualunque richiamo di coscienza civile; tutto ciò grazie all’arroganza dei tanti “attori” che negli anni hanno proposto ricette infallibili da cui si è solo imparato che "al peggio non c’è limite", che non si decide abbastanza sui rapporti tra politica ed economia e che così facendo mai ci sarà qualche via d’uscita per il cittadino.
All’orizzonte non vi è nulla di buono, sarebbero utili governanti di un’altra pasta, che riconoscessero onestamente la limitatezza delle proprie conoscenza e che facessero un buon uso di ciò che sanno con la saggezza consentita dalle circostanze; solo così si potrebbe far mancare l’obiettivo specifico da raggiungere, ovvero il desiderio di "mandarli a casa", che è lo scopo dell’astensionismo, primo partito italiano ed europeo, quello con la più alta percentuale di giovani, un movimento di non elettori in costante crescita che non ha leader, che non scende in piazza e che non ha paura di essere una cosa brutta.

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