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È l'ora della verità per il Belpaese (in)finito

È stata come un fulmine a ciel sereno la dichiarazione del vicepresidente della Commissione EuropeaJirky Katainer, che ha sostenuto la necessità di mettere al corrente gli italiani sulla loro vera situazione economico-finanziaria, avallando l’ipotesi di porre “sotto stretta osservazione” l’Italia del post-voto.
Le ragioni, per cui i mormorii si stanno facendo insistenti nei corridoi della UE, sono le solite: “I problemi finanziari del Belpaese, finché è “aperto” l’ombrello della BCE (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi, sono destinati ad essere rinviati e non risolti, come ad esempio l’ennesimo spostamento in avanti dell’obiettivo di azzeramento del deficit-monstre”.


Brutale dichiarazione quella di Katainer che è balzata fragorosamente sulla prima pagina di tutti i quotidiani nazionali, finanziari e non, e che ha inoltre fatto capire anche ai non addetti ai lavori quanto potrà diventare pericolosamente reale la decrescita del Paese se ciò che è stato ipotizzato in Europa sulla (non) tenuta dei conti italiani verrà posto in essere, ossia quella di “chiudere la finestra della flessibilità” finora riservata all’Italia, per passare ad altro. Siamo quindi destinati alla povertà e prossimi al default? 
Forse sì, anche se troppo grossi per fallire, per evitare ulteriori guai servirebbero riforme strutturali ma per realizzarle ci vorrebbe collaborazione fra chi legifera in tal senso, che non c’è. Esecutivo e opposizioni, sindacati e imprenditori sono tutti contro tutti, il Pd coi propri alleati di governo evoca sostegno all’Euro mentre la coalizione di centrodestra sostiene l’antistoricità del rapporto Deficit/PIL, da altri schieramenti inoltre si auspica il ritorno alla valuta nazionale al pari del Movimento 5 Stelle che vorrebbe indire addirittura un referendum per lasciare l’Eurozona. Basterà il prossimo turno elettorale di fine legislatura previsto nella primavera 2018 ad indicare una via d’uscita dal pantano politico e finanziario in cui siamo finiti? 


Non sono un esperto di economia, ho fatto agraria, ma credo che sia da parte dei governanti come da parte dei governati, ossia noi cittadini, ci voglia coraggio, passione e soprattutto fiducia reciproca che oggi manca in quanto i sondaggi indicano il partito dell’astensione come unico favorito
Le risposte “politiche” del premier Gentiloni quanto le analisi del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non si sono fatte attendere in merito al "consiglio” di Katainer e tutte volte a guardare al futuro in modo ottimistico per ciò che riguarda il governo che verrà, l’instabilità politica e la gestione dei conti pubblici anche se a detta loro ci sarà molto ancora da fare.
I dati ufficiali Bankitalia di qualche anno fa dicevano di un debito pubblico, tradotto in euro, quasi inesistente fino ai primi del 1900 ma che già negli anni ’30 era attestato a circa 200.000 milioni e così è rimasto fin circa gli anni ’70; è dai primi anni ’80 che da circa 800.000 milioni queste passività sono balzate a 1.600.000 milioni alla fine degli anni ’90 ed all’oggi è diventata questa una cifra talmente alta che lo Stato non riesce ad onorare nemmeno per la quota inerente gli interessi. Per mettere i conti a posto la semplificazione delle regole sembra che diventerà la nuova frontiera degli anni a venire per aumentare la produttività, male cronico dell’economia italiana, e che riguarderà le relazioni industriali, sindacati ed imprese innescando un volano che finalmente sbloccherà l’Italia trascinandola fuori da “secche” pericolose, recessione e deflazione comprese; tutto bello, quasi vero, peccato si parli come sempre di intenzioni e soprattutto coniugate al verbo “futuro”.
Il presente invece è fatto di debiti da paura e lascia poco spazio a fantasie (anche elettorali) di quanto l’Italia sia infinita, piena di capacità, risorse e bellezze; trovo perciò inquietante e fuori luogo l’ottimismo paventato in questi giorni dai nostri governanti, dimentichi che è anche per colpa delle loro inadeguatezze politiche e legislative che sono nati strumenti che hanno reso improduttivo il “sistema lavoro” e cupo il nostro orizzonte, specchio di un Paese più finito che infinito. 

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