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Italiani: fieri o insoddisfatti della patria?



Tra il 1848 e il 1871 l’Italia combatteva le tre celebri Guerre d’Indipendenza, tra le quali si inseriva anche la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi: rimbombava insomma l’eco della necessità di un’Italia libera ed unita in virtù della valorizzazione della sua storia e delle meraviglie che la caratterizzavano. Era necessario superare le divisioni territoriali che rendevano lo Stato fragile e soggetto alle mire espansionistiche delle potenze straniere; si arrivò così, il 17 marzo del 1861, alla definitiva proclamazione del Regno d’Italia, uno dei regni forse più ricco di storia del mondo intero.


Ma l’Italia oggigiorno è davvero così unita come dovrebbe?
Molti italiani sembrano non conoscere appieno il loro Stato, il che conduce senza dubbio a una netta divisione tra coloro che valorizzano gli splendori della patria e coloro che di contro preferiscono altri tipi di bellezze, più moderne che storicamente affascinanti. È quantomeno giusto rammentare per qualche istante alcune delle antiche caratteristiche che rendono la penisola ammirevole e degna di nota: 
- la presenza di regioni – Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia - che a partire dall’VIII secolo a.C. divennero parte della Megàle Hellàs, e in cui ancora oggi individuiamo reminiscenze della grecità;
- la potenza di Roma, capace di creare un vasto impero, a partire dall’età augustea iniziata nel 31 a.C., durato per circa 500 anni se si considera il solo impero d’Occidente, caduto nel 476, e per più di 1400 anni se si considera quello d’Oriente, crollato nel 1453 con la caduta di Costantinopoli;
- lo svilupparsi, tra 1400 e 1500, del movimento artistico-letterario dell’Umanesimo e del Rinascimento, che ha visto operare uomini di lettere come Angelo Poliziano, Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, e artisti come Michelangelo Buonarroti, Donatello, Leonardo Da Vinci e Raffaello Sanzio e che, seguendo ideali di antropocentrismo, poneva l’uomo al centro della riflessione storica, filosofica e letteraria, rendendolo “copula mundi”;
- l’ulteriore sviluppo, intorno al terzo decennio del 1600, di un altro movimento artistico-letterario, quello del Barocco, che ha avuto origine proprio a partire dalla Roma dei papi, per poi diffondersi anche nel resto dell’Italia che venne esaltata con un forte senso della teatralità e che ha invece visto operare uomini di lettere come Giambattista Basile e Giambattista Marino, e artisti come Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini;
- l’opera di Galileo Galilei, matematico e fisico pisano che ha gettato le basi della rivoluzione scientifica e del metodo scientifico sperimentale;
- la presenza di numerosi musei d’arte e di svariate opere architettoniche di gran fama.


E allora perché i più del Paese sono attratti maggiormente, per fare un esempio concreto, dai grattacieli della sovraffollata New York piuttosto che dal Colosseo romano?
Due sono le motivazioni di fondo: la maggior parte degli abitanti non conosce appieno la storia della nazione cui appartiene, ignorandone gli sviluppi, oppure semplicemente vive poco in tale Stato in quanto vi sono scarse opportunità lavorative: non a caso i dati di settembre circa tali possibilità confermano che l’Italia riesce a creare pochi posti di lavoro, quasi tutti precari e per la quasi totalità a favore dei lavoratori più anziani. Conseguentemente i più giovani sono costretti a dirigersi verso nuove mete, in cerca di nuovi traguardi e di obiettivi da raggiungere; essi probabilmente si laureano nello Stato italiano, senza però riuscire a dare il loro contributo al progredire di quest’ultimo per via delle circostanze, e scelgono giustamente di emigrare in vista di un futuro più prospero.
L’eccessiva concentrazione sugli obiettivi sicuramente impedisce a questi ultimi di impegnarsi nella valorizzazione di quanto bene v’è in Italia, e il grosso patrimonio storico, artistico e letterario non diviene che un ammasso di cenere.


Un’altra porzione di abitanti invece - e si tratta ovviamente sempre di giovani - come già citato nelle righe precedenti non esalta il bello italiano in quanto non ne conosce affatto l’origine: i giovanissimi sono sempre più propensi al divertimento piuttosto che alla cultura, e capita che molti di essi non studino sufficientemente nelle scuole, perché non a loro agio, per mancanza di volontà o per mancanza di istruzione.
Lo studio risulterebbe così difficile da doverlo evitare, perché il raggiungimento di ciò che è meno impervio parrebbe auspicabile; e lo studio, purtroppo, è per certi versi ostico, in quanto tante sono le cose da apprendere, e altrettanto parecchi sono gli interrogativi che sorgono successivamente e che, stimolando la curiosità dell’individuo, portano a studiare ulteriormente.
Circolano anche svariate serie televisive seguite dai ragazzi, che portano questi ultimi ad approdare a visioni differenti e a contemplare altri stili di vita ed altri ideali di bellezza: i grattacieli di cui s’è fatto accenno in precedenza sono magari più affascinanti di monumenti ricchi di storia in quanto sono immensi in lunghezza, e non possono essere osservati interamente dal basso; ciò suscita ammirazione nei confronti di chi li realizza, e quindi il bello italiano perde di significato.
L’emigrare in uno Stato differente rende comune il vivere tipico di quello Stato stesso, e pertanto molti dei “comuni italiani in fuga” o dei “cervelli in fuga” non fanno più ritorno in patria, o perché – nel caso dei primi – hanno imparato a vivere diversamente, o perché – nel caso invece dei secondi – hanno trovato migliori opportunità e migliore comprensione da parte altrui.
Quando il bello italiano, prossimo ad una “damnatio memoriae”, riacquisterà il valore perduto? Soltanto quando gli italiani troveranno le circostanze migliori nel proprio Paese e non al di fuori di esso. Colpevole non è una singola delle due parti – e per parti si intende una distinzione tra cittadini e autorità -, ma lo sono un po’ entrambe. Manca ormai fiducia da parte degli abitanti nei confronti di chi amministra e governa lo Stato italiano, ed essa è assolutamente di difficile riconquista.
Che fine farà allora il bello italiano? La risposta è chiaramente lasciata agli osservatori esterni, analitici ed imparziali e ai posteri.

Davide Cerrato

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