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La frontiera illimitata dello sport

Di tutte le pratiche umane una soltanto supera il limite usuale e fa del suo superamento una frontiera spostata sempre in avanti: è lo sport. Occupazione ludica, che però nulla ha di superficiale, è l'attività paradigmatica in cui l'uomo moderno prende coscienza della propria vocazione.
"Iniziativa? Il calcio ve ne darà! Ne sono convinto": dichiarava Pierre de Coubertin all'inizio del XX secolo in un discorso agli alunni di una scuola secondaria. Attività del tempo libero, il calcio - secondo Pierre de Coubertin - è anche e soprattutto una scuola. Una scuola in cui è in gioco la formazione dell'uomo, lo sviluppo dello spirito d' impresa, l'iniziazione alla conquista, all'esplorazione, alla voglia di andare sempre oltre, l'educazione al dominio di sé. Il divertimento che l'inventore dei Giochi Olimpici moderni pone, in modo serio, al cuore di un'educazione dell'impegno ad andare oltre si distingue sia dai tornei medievali, ai quali si ispira, sia dallo sport dell'antichità al quale pretende di tornare. 


In realtà tra il gioco del calcio e il gioco della palla, suo antenato, vi è una differenza netta. L'antica competizione era uno scontro violento in cui si poteva utilizzare ogni mezzo per portare la palla, di legno o di cuoio riempita di fieno, nel campo avversario. Nello spirito dei promotori aveva la funzione di tenere i ragazzi entro gli spazi riservati al gioco, in quegli stessi edifici, per evitare che andassero a finire in mezzo alla strada o nei prati. Il gioco del calcio, invece, è una pratica vincolante, codificata con precisione, che serve a disciplinare il chiasso, la turbolenza o il bisogno di agitazione. Luogo della liberazione controllata delle emozioni, lo sport coniuga risparmio e dispendio come nessun'altra attività umana. Se possiede, agli occhi dei promotori entusiasti, insostituibili virtù è perché prepara a superare i limiti con l'esercizio della libertà entro i limiti della regola, perché insegna a liberarsi dalle inibizioni senza però abbandonarsi ad esse, educa a piegare la forza che si dispiega sotto il controllo di una legislazione pignola: insegna, in fondo, a mettere insieme la rabbia di vincere e l'arte di perdere. 


Da qui l'idea, tanto importante in Pierre de Coubertin, che l'invenzione dello sport sia in realtà una rinascita e che l'epoca moderna abbia il merito di aver fatto uscire lo sport antico da un lungo letargo. Coi nostri stadi, i nostri ippodromi, le nostre palestre, le nostre gare di lancio del disco o decathlon, i nostri atleti padroni di sé e in gara per la gloria, noi siamo diventati "di nuovo greci". Con la sola differenza che i greci vivevano in un mondo chiuso nel quale bisognava realizzare se stessi mentre lo sport moderno mette in atto e in scena la grande ispirazione a superare se stessi. L'ideale antico era la proporzione, l'armonia, l'equilibrio, la giusta misura: l'uomo non era tenuto ad affrancarsi dalle regole naturali ma a realizzare la propria natura. Viceversa, lo sport moderno celebra il culto della performance. I greci vivevano nell'elemento naturale, noi invece viviamo nell'elemento storico. L'essere, per noi, è solo provvisorio mentre su tutto prevale il divenire. Il record di oggi, domani apparirà superato. Le frontiera, dunque, non serve a segnalare i limiti ma deve cedere di fronte al richiamo dell'illimitato.


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