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Nessuno tocchi Renzi: il bene e il male della sinistra italiana

L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia” è il titolo di un libro di Davide Vecchi uscito tre anni fa quando Matteo Renzi si trovava allo zenit del suo potere. Nel partito c’era già aria di crisi da diverso tempo – il primo atto di ribellione verso Renzi segretario avvenne con le dimissioni di Gianni Cuperlo da presidente del Partito qualche settimana dopo il congresso – ma ancora nessuno pensava che il Pd sarebbe stato soggetto ad un cambiamento radicale della sua natura politica. 


Erano ancora tutti dentro: Fassina, Scotto, Rossi, Speranza, Bersani, ecc. C’era ancora Civati. Di lì a poco, il giglio magico avrebbe incominciato ad appassirsi. Sfumano due vittorie date per certe alle regionali del 2015, diciannove ballottaggi su venti persi alle amministrative del 2016 e, infine, la botta più rumorosa: il 40% al referendum costituzionale. L’ex minoranza Dem, oggi praticamente inesistente in quanto capeggiata da Orlando, Cuperlo e qualche altro sconosciuto, ha sempre chiesto di poter discutere su queste continue débâcle, ma dalla maggioranza renziana la risposta è sempre stata puntualmente un bel: chissenefrega. E dopo un anno passato a respingere chiunque accennasse la minima critica verso il governo (“gufi”, “li abbiamo asfaltati”), alla fine è arrivato lo strappo: il primo con Civati nel maggio 2015, poi, alla fine dello stesso anno, quello che ha portato alla nascita di Sinistra Italiana ed infine quello più rumoroso di Articolo 1-Mdp. 
Due settimane fa, ospite a Otto e mezzo, Beppe Severgnini ha coniato una definizione più che efficace per descrivere le "forme di suicidio assistito" messe in atto dalla sinistra negli ultimi anni: la maledizione dell’8. 
Nel 1998 cade il Governo Prodi, al suo posto si insedia D’Alema e la sinistra più radicale, rappresentata da Bertinotti, alle elezioni successive va da sola. Risultato: vince Berlusconi. Dieci anni più tardi, con Veltroni che annuncia che alle elezioni successive il neonato Pd avrebbe corso da solo, cade il Governo Prodi e la sinistra si riunisce in una federazione denominata “Sinistra Arcobaleno”, presentandosi da sola alle elezioni con Bertinotti candidato premier. Risultato: vince di nuovo Berlusconi. Per evitare la terza disfatta consecutiva, come ricordava Severgnini, c’è un unico modo: mettersi insieme, ognuno rivolgendosi al proprio elettorato. Fosse facile. È proprio questa l’ambiguità che va chiarita una volta per tutte. 


Faccio una premessa che avrei dovuto fare prima: esprimo tutta la mia solidarietà all’elettorato di sinistra, che si troverà spaesato in questo costante RisiKo rosso. Sulle coalizioni di sinistra chi ci ha visto lungo è stata Fiorella Mannoia: siamo così, dolcemente complicate.
Quando si sente parlare di alleanze nel centrosinistra, non si capisce mai cosa vogliano fare. Tanto per cominciare, chi è che gestisce il tutto? Questa è la prima vera differenza col Pd: nessuno comanda niente. Se lì c’è uno che decide per tutti, qui ci sono tutti che non prendono decisioni. La svolta sembrava esserci stata qualche mese fa, in occasione della manifestazione intitolata, per l’appunto, “Insieme”. Giuliano Pisapia aveva radunato in piazza tutte le sigle partitiche che occupano il campo della sinistra: Mdp, Sinistra Italiana, Possibile e Campo Progressista. Dopo la prima pietra posata da Tomaso Montanari e Anna Falcone al Teatro Brancaccio, della costruzione di quell’alleanza si è fatto carico l’ex sindaco di Milano. La linea sembrava essere ben definita: per vincere è necessario un passo indietro da parte di Renzi. Emerse un coraggio, un orgoglio ritrovato che da quel palco sembrava stessero parlando i più antirenziani dei 5 Stelle. E invece erano, perlopiù, suoi predecessori. Con le elezioni in Sicilia, poi, sembrava essere arrivato lo strappo finale: nella coalizione a sostegno di Micari c’era anche il partito di Alfano. La cosa è passata del tutto inosservata in termini elettorali, ma a sinistra se ne sono accorti in molti. 
Qualche giorno fa Pisapia ha aperto le porte a quel modello di coalizione con la scusa del "dobbiamo mettere insieme il centro e la sinistra". La cosa poi è stata rettificata, o almeno è stato tentato di rettificarla. Perché il concetto rimane. Quindi, Pisapia, che vuoi fare? Appoggi Renzi, prendi anche Alfano e tradisci così quei disperati che ti proposero come candidato oppure continui il flirt con gli altri nella speranza di combinarci qualcosa (finalmente)? 
Se, però, Pisapia non parla chiaro, bisogna dire che anche gli altri non sono messi benissimo. Ma questo si sapeva da tempo, altrimenti non avrebbero esitato a sottoscrivere la proposta di Falcone e Montanari sul listone unico di sinistra per un netto cambio di rotta rispetto a questi ultimi anni di renzismo sfrenato. Tra mille parole (Jobs Act, buona scuola, riforma elettorale, legge costituzionale), la discussione alla fine porta sempre allo stesso punto: Matteo Renzi. Ma pare che questi signori siano piuttosto restii nel pronunciare quel nome. Tutti: Bersani, Speranza, Fassina, Fratoianni. Ogni volta che vengono intervistati cercano di aggrapparsi a mille argomenti, inventandosi dialoghi, soluzioni e correzioni: qualsiasi cosa pur di non dire chiaro e tondo che il problema della sinistra è lui. "Bisogna rivedere il Jobs Act": sì, ma l’ha fatto lui. "Basta coi bonus": sì, ma li ha messi lui. "I voucher vanno rivisti": sì, ma sono esplosi con lui. Qualsiasi tema si tocchi, se rientra nei provvedimenti di questi ultimi tre anni, automaticamente si tocca anche Renzi. Che però la sinistra sembra non voler toccare mai. 

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