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Tutti mi vogliono, nessuno mi cerca: lo strano caso di Luigi Di Maio

Sgombriamo il campo dalle ideologie e le appartenenze partitiche: non sono grillino né tantomeno berlusconiano, e nemmeno renziano. Non ne voglio fare una questione ideologica, ma di pura opportunità. 
Eugenio Scalfari, intervistato alcuni giorni fa da Giovanni Floris, alla domanda “chi sceglierebbe tra Di Maio e Berlusconi” ha risposto: Berlusconi. Legittimo, intendiamoci. Stona un po’ detto dal fondatore di Repubblica, un uomo a cui il berlusconismo non è mai piaciuto, ma va bene: l’importante è saperlo. E allora cosa significa? Che Scalfari è diventato improvvisamente berlusconiano? No, ma è la prova che anche Scalfari si è fatto contagiare dalla sindrome del centrosinistra: il mito di Berlusconi. O, come lo chiamo io, il “democratici’s karma”. 


Dal 1994 l’Italia sta vivendo una sciagura che, malgrado le voci diano sul viale del tramonto, è più viva che mai e lotta insieme a noi: Silvio Berlusconi. Proprio in queste ore la Camera di consiglio della Corte di Strasburgo si è riunita per deliberare sul futuro politico dell’ex cavaliere. Dopo la condanna in via definitiva per frode fiscale, Berlusconi ha deciso di fare ricorso in sede europea. Negli altri Paesi non ci si porrebbe neanche per due secondi il problema: il condannato prende e va a casa (anzi, in galera, visto che parliamo di altri Paesi). Ma questo non lo dico io, bensì Berlusconi, ospite di Michele Santoro nel 1995: "Uno che viene colto con le mani nel sacco e che subisce una condanna definitiva in cui si dimostra che lui è stato evasore del fisco, io credo che abbia il buongusto di mettersi da parte". Ma questo, pur di sfangare la sciagura Di Maio, a Scalfari va bene. 


Poi arriva la stagione del centrosinistra: la legislatura dell’Ulivo. Massimo D’Alema, all’epoca segretario dei DS, dà inizio al dialogo per le riforme. Berlusconi siede al tavolo come capo dell’opposizione, poi, una volta garantitosi la proroga del regolamento delle frequenze radiotelevisive in barba alla sentenza della Corte costituzionale, che aveva stabilito che Rete 4 dovesse passare al satellite, rovescia il tavolo e fa cadere il tutto in un nulla di fatto. Ma anche questo a Scalfari sta bene.
Il 2001 è il grande anno che fa da apripista al decennio d’oro di potere berlusconiano – esclusa la parentesi dei due anni del Governo Prodi, a cui Berlusconi riuscì comunque ad imporre l’indulto come primo atto per far uscire Previti. La Casa delle Libertà vince le elezioni e cominciano cinque anni di governo in cui Berlusconi chiede e ottiene l’epurazione di Biagi, Santoro e Luttazzi dalla Rai (editto bulgaro); vara una serie di provvedimenti ad personam quali: legge sulle rogatorie internazionali (mandare all'aria il primo processo Sme-Ariosto), depenalizzazione del falso in bilancio (salvarsi dai processi Sme-Ariosto 2 e All Iberian 2), Legge Cirami (trasferire i processi da Milano e Brescia), Lodo Schifani (lasciare impunite le cinque più alte cariche dello Stato), decreto “salva Rete 4” (consentire a Mediaset di trasmettere in analogico, ai danni di Europa 7), Legge Gasparri (evitare la riduzione delle concessioni a Mediaset), condono edilizio (condonare gli abusi commessi a Villa Certosa, in Sardegna), Legge ex-Cirielli (accorciare la prescrizione per salvarsi dal processo Mills), Legge Pecorella (abolire la sentenza di appello qualora il PM ricorra contro l’assoluzione o la prescrizione dell’imputato), Lodo Alfano (lasciare impunite le quattro più alte cariche dello Stato), Legge Tremonti bis (abolire l’imposta di successione per i grandi patrimoni), decreto “salva calcio” (consentire di diluire sui bilanci societari in un arco di tempo pari a dieci anni le svalutazioni dei giocatori), decreto anticrisi (raddoppiare l’IVA al 20% per le pay-tv, ai danni di Sky); è stato protagonista di una serie di scandali che lo hanno reso un presidente del Consiglio ricattabile da chiunque, dallo scandalo D’Addario fino al processo Ruby; si è circondato di personaggi quantomeno poco raccomandabili, da Cesare Previti, che comprava giudici e relative sentenze, a Marcello Dell’Utri, suo braccio destro attualmente in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa; ha tentato in ogni modo di mettere a tacere giustizia, satira e informazione, e arriviamo così alle pressioni sulla Rai per far chiudere Annozero e tutti gli altri talk a lui sgraditi. Ma tutto questo, evidentemente, a Scalfari risulta meglio di un governo 5 Stelle. 


Valutazione, ripeto, legittima se avessimo fatti di tale portata da comparare a ciò che ho appena elencato; ma siccome, sino ad ora, l’unica carta che possono giocare i nemici del Movimento – carta che io, almeno parzialmente, condivido – è quella del caos della giunta Raggi a Roma, forse sarebbe meglio aspettare prima di giungere alla conclusione che un ottantenne pregiudicato, che ha avuto anche rapporti con la mafia, è meglio dell’attuale vicepresidente della Camera. 
Ora vi domanderete: e cosa c’entra questo “democratici’s karma”? È presto detto: nel settembre 2013, ospite a Porta a Porta nei giorni immediatamente successivi alla condanna definitiva di Berlusconi, Matteo Renzi, alla conquista del centrosinistra per portarlo definitivamente a destra e completare l’opera di Silvio, si pronunciò così: "In un qualsiasi Paese, quando un leader politico viene condannato con una sentenza passata in giudicato, la partita è finita: game over". 


Oggi, novembre 2017, dal treno del Partito Democratico, Renzi si augura che Berlusconi sia presente nella prossima campagna elettorale, nella speranza dunque che da Strasburgo arrivi la restituzione dell’agibilità politica. Agibilità politica che, ad essere onesti, il centrosinistra ha sempre dato a Berlusconi: prima con la Bicamerale del '97, poi col dialogo sulle riforme nel 2007 ai tempi di Veltroni e, infine, con il Patto del Nazareno. Per non parlare di quando, anziché votare contro le leggi vergogna, uscivano dall’aula; oppure lo pregavano di non dimettersi in caso di condanna nel processo Sme perché, di lì a poco, l’Italia avrebbe assunto la presidenza del semestre europeo. 
La cosa più sconcertante è stato vedere quanti, tra politici, intellettuali e giornalisti, si sono detti d’accordo con le parole di Eugenio Scalfari. Uno che la pensa esattamente allo stesso identico modo di Scalfari è Beppe Severgnini: "La destra di Berlusconi, mi spiace, ma bene non ci ha fatto" però sempre meglio di uno che non ha ancora governato neanche il condominio di casa sua. 

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