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Eugenio Scalfari: sventurata la terra che ha bisogno di eroi

La dignità intellettuale di ogni dibattito risiede nella trasparenza e nell’esattezza delle informazioni esposte. Inquinare con inesattezze, destoricizzazioni, ragionamenti ingannevoli le proprie o le altrui argomentazioni, equivale ad arrecare un nocumento di non trascurabile rilevanza tanto al dibattito stesso quanto ai suoi fruitori. 



Un fenomeno simile si è registrato, ad esempio, nella puntata dello scorso 28 novembre del talk politico “diMartedì”, in onda su La7 e condotto da Giovanni Floris. Eugenio Scalfari - fondatore di “Repubblica”, uomo di vastissime letture, compagno di banco di Italo Calvino ai tempi del liceo, analista ed intellettuale di indiscutibile spessore - era stato chiamato, in questa stessa puntata, a precisare le affermazioni offerte la settimana precedente. In quell’intervento, in un modo per i più spiazzante, Scalfari aveva espresso la sua preferenza per Silvio Berlusconi in una ipotetica scelta elettorale tra l’ex cavaliere ed il candidato del M5S Luigi Di Maio. Troppo il clamore sollevato, insufficienti le precisazioni su “Repubblica”: Scalfari si ritrova nuovamente ospite da Floris a puntualizzare la forma di quell’inedito appoggio al leader di Forza Italia. Ma, per utilizzare una forma proverbiale, stavolta “la toppa è peggio del buco”. 
Incalzato circa le suddette questioni da Giovanni Floris - il quale si è concentrato sul rapporto tra morale e politica e sul difetto di tale rapporto nella persona di Berlusconi - Scalfari ha così sentenziato: “La politica non è un fatto morale, è un fatto di governabilità”. A questa già discutibile affermazione, poi aggiunge: “Questo non lo dico io, lo dice Aristotele e, prima di lui, lo ha detto Platone. Per Platone quelli che facevano la politica erano i filosofi. Quello che poi i filosofi fossero moralmente era qualcosa che né Platone né Aristotele prendevano in considerazione”. Conclude dunque Scalfari: “Aristotele, come saprete, fu l’insegnante di Alessandro Magno, il quale della morale se ne fotteva. Non a caso andava a dormire con le varie imperatrici dei territori conquistati”. Non ci soffermeremo qui ad analizzare, in maniera diretta, come la storia dell’uomo e del suo pensiero ci abbiano insegnato che politica e morale siano tutt’altro che scindibili, tanto dal finire spesso col coincidere. Né ci dilungheremo ad analizzare se, come ha seguitato lo stesso Scalfari, “solo il primo governo Prodi fu di gran lunga superiore ai vari governi Berlusconi”. Ciò che qui ci interessa sono le fallacie logiche del discorso scalfariano, nonché le inesattezze storico-concettuali che ne derivano. 


In Logica è possibile riconoscere due ambiti fondamentali: la logica formale e la logica informale. La prima si occupa di modelli inferenziali, ossia di come ci è possibile arrivare a determinate conclusioni partendo da certe premesse; la seconda tratta invece dei ragionamenti espressi nel linguaggio naturale, tenendo conto tanto del contenuto quanto del significato, nonché del contesto specifico di un’argomentazione. Proprio in logica informale, è possibile distinguere un particolare fenomeno in ambito argomentativo: la fallacia. Per fallacia si intende un errore nel ragionamento, un ragionamento che appare corretto a prima vista ma che può essere smascherato se esaminato con maggior attenzione. Una forma di fallacia logica è quella comunemente nota sotto la denominazione di “Appello alla tradizione”: questa fallacia consiste nell’affermare o derivare che qualcosa sia corretto semplicemente perché tradizionale. È però evidente che l’età o la più antica circolazione di qualcosa non la renda, in automatico, migliore di una recente. Ma proprio di questo errore informale si macchia il discorso di Scalfari. Per difendere la bontà del suo argomento, per sostenere una effettiva scissione tra politica e morale, egli si appella all’autorità dell’età classica, impersonata da Aristotele e da Platone, dall’operato di Alessandro il Grande. Ma c’è di più (e di peggio). Le posizioni attribuite da Scalfari a queste personalità sono quanto mai inesatte. Vediamole meglio. 
Per Platone politica e morale sono tutt’altro che scisse. L’avvenimento che ispirò la riflessione politica di Platone fu la “scandalosa” condanna a morte di Socrate nell’Atene 399 a.C. L’impegno di Platone nel suo dialogo fondamentale, “La Repubblica”, è quello di rintracciare i tratti salienti della città giusta, della città che – ben lungi dal condannare Socrate – riconosca nel filosofo la figura più adatta a governarla. Già soltanto il punto di partenza platonico è, quindi, un affare morale: la questione della giustizia. Condizione di giustizia che può verificarsi solo a patto di una naturale divisione dei mestieri tra i diversi membri della città, nonché di una gerarchizzazione della società in produttori, difensori e filosofi. I filosofi si delineano come i custodi della parte razionale dell’anima umana, capace cioè di dominare i conflitti psichici derivanti dalle passioni e dalle emozioni. Il filosofo platonico è colui che persegue la homòiosis, ossia l’assimilazione alla divinità, il divenire “con intelligenza giusti e santi”. Contrariamente a quanto affermato da Scalfari, il filosofo platonico è già in sé un essere morale, in quanto l’unico in grado di conoscere ciò che è bene per la città e di governarla attenendosi ad esso. L’importanza della questione morale in Platone è, se non altro, sottolineata dal grande spazio dedicato nei suoi scritti all’educazione dei giovani cittadini. Lo stesso discorso lo si può estendere ad Aristotele. Anche per lo Stagirita la virtù risiede nella capacità di sottoporre gli umani impulsi ad una regola che li renda compatibili con i limiti socialmente accettabili dell’ambiente urbano in cui vive, come sottolineato dal professor Mario Vegetti in una sua recente ricerca. Già soltanto la celeberrima definizione aristotelica dell’uomo come “animale politico per natura” viene a fungere da cerniera tra l’etica e la politica. “L’uomo - scrive Aristotele nella Politica - è un animale politico più di ogni altro animale sociale”, giacché la natura lo ha dotato non solo della voce, ma anche del logos (linguaggio/ragione), volto a “mostrare l’utile e il nocivo, quindi anche il giusto e l’ingiusto”, a contemplare “il bene ed il male”, e a condividere tali giudizi di valore nella città e nella famiglia. La politicità dell’animale umano comporta, al tempo stesso, la prescrizione di una forma di vita eticamente determinata. “Vivere nella polis - continua ancora il prof. Vegetti - non significa soltanto far parte di un contesto sociale. Significa invece essere adeguati, sul piano intellettuale e morale, all’integrazione compiuta nelle comunità politica: cioè disporre di quelle virtù che permettano di condividerne le convinzioni, i costumi e i valori […]. La politicità è dunque una forma complessa di vita, che si realizza nell’uomo che sia anche cittadino moralmente e intellettualmente adeguato”. Il legame tra etica e politica è, in Aristotele, di assoluto rilievo nell’educazione dei giovanissimi: questi dovranno assumere l’abitudine a compiere ripetutamente azioni virtuose dapprima sotto la guida del padre, poi delle leggi della città e del modello offerto dai cittadini esemplari. La città, la politica, è la custode dell’ethos, laddove la felicità umana consiste “nell’attività dell’anima secondo virtù competa”. 
Le affermazioni di Scalfari, alla luce di quanto detto sin qui, appaiono assolutamente errate e fuorvianti: la questione morale è stato un aspetto di prima rilevanza nella riflessione politica tanto di Aristotele (secondo il quale la costituzione migliore è “quella amministrata dagli uomini migliori, cioè quella in cui vi è un individuo che supera tutti in virtù o una stirpe o un gruppo che eccellono per le loro virtù) quanto del suo maestro Platone. È possibile che il giovane Alessandro di Macedonia mostrasse una certa insofferenza verso le sobrie lezioni del maestro Aristotele, che lo educò secondo criteri classici: letture di Omero, massime di saggezza, illustri esempi di virtù politiche e morali. Ma non si può certo decifrare la condotta del grande re macedone sulla base della sua promiscuità sessuale, come vuole Eugenio Scalfari. Ulisse e Penelope costituivano, nell’antichità e non solo, il modello di perfezione coniugale. Ciononostante Ulisse tradì Penelope, durante il suo lungo viaggio di ritorno, tanto con la ninfa Calipso quanto con la maga Circe. Penelope ne è all’oscuro soltanto perché lontana ma, come sottolinea la prof.ssa Eva Cantarella, avrebbe accettato tali tradimenti come normali. Ai mariti greci, da questo punto di vista, era concessa un’ampia libertà. I codici di comportamento sessuale maschili erano ben diversi da quelli femminili. Alessandro Magno poteva giacere con quante donne volesse, senza per questo esser tacciato d’immoralità. Ad ogni epoca la sua etica: è questo che a Eugenio Scalfari sembra sfuggire. Individuare, poi, la cifra etica di chi voleva sottomettere il mondo intero e di chi in assenza di rivali “avrebbe gareggiato soltanto con sé stesso” è di per sé ardua impresa. 
Con questo intervento non si è voluto di certo sminuire la personalità di Eugenio Scalfari, né si può trascurare la questione circa la governabilità (vista l’attuale legge elettorale) da lui sollevata, essenziale per il destino prossimo del nostro Paese e dell’Europa tutta. Si è cercato piuttosto di insistere sulla necessaria puntualità dell’informazione, specie quando si coinvolgono le vette del pensiero e della storia dell’umanità. Ad esempio, Galileo Galilei non ha mai parlato di moto rettilineo uniforme, anche se così risulta in diversi manuali scolastici. Galilei ha parlato, nei “Massimi sistemi”, di “moto non fluttuante in qua e in là”: l’unico moto uniforme possibile è, per Galilei, il perfetto moto circolare di aristotelica memoria. In determinati ambiti, occorre un’assoluta puntualità concettuale. E proprio una versione del Galileo di Bertolt Brecht viene utilizzata nel titolo di questo nostro articolo (a Brecht Scalfari si era rifatto intitolando un articolo critico nei confronti di Berlusconi con la celebre canzone dell’“Opera da tre soldi”: Mackie Messer ha un coltello, ma vedere non lo fa): UnglÜcklich das Land, das Helden nötig hat, Sventurata la terra che ha bisogno di eroi. Sventurato mondo dell’informazione, che necessita di inossidabili figure ma che non è in grado di apportare contro-argomenti. Sventurati noi, che di tale mondo ci cibiamo. La politica è l’arte di vivere insieme, e la morale è un elemento fondante di tale convivenza. Eugenio Scalfari - 93 anni lo scorso aprile - ha avanzato delle inesattezze davanti a milioni di telespettatori, che magari non possedevano gli strumenti per difendersi dalle sue fallacie, ma che contavano sulla sua figura e su ciò che egli rappresenta. Era nostro dovere puntualizzare. Ne va dell’informazione. Ne va del rispetto della storia del pensiero. Anche in questo caso siamo di fronte ad una quaestio moralis.



Antonio Parisi

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