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Italia-Svezia, l'analisi di un fallimento "nazionale"

È il desiderio che dà la speranza di farcela, quello che scatena in chiunque di noi la forza di combattere, per un mondo felice e di giustizia e contro i momenti che ci sbarrano la strada fatti di disprezzo e umiliazione; è per questo che si desidera il giorno del riscatto nella speranza della liberazione ed è così che allora ci si prepara alla lotta e alla battaglia.



Tutto ciò non è “scattato” nelle gambe (e nella mente) della Nazionale azzurra di calcio che non ha fatto proprio lo spareggio contro quella svedese rimediando così la seconda “non” partecipazione ad un Mondiale dopo quella del 1958. Un undici azzurro soporifero, quasi “sbadiglio”, opposta immagine internazionale cui invece da un po’ di tempo ci hanno abituano le performance delle squadre di club.
A posteriori fa rabbia il “cazzotto” svedese che ha messo ko l’Italia del pallone a confronto col percorso finora trionfale delle squadre italiane impegnate in Europa. Milan, Atalanta e Lazio in volo per i sedicesimi di Europa League mentre Juventus, Napoli e Roma padrone del proprio destino al “gate” degli ottavi di finale in Champions League.
Perché allora i “nazionali” che militano nelle squadre di club italiane o estere stanno raggiungendo traguardi che nessun’altra scuola calcistica è riuscita finora ad ottenere? Inghilterra, Spagna, Francia e Germania sono rimaste al palo e non reggono il confronto con noi in quanto nessun club europeo può infatti vantare sei squadre su sei già certe di proseguire per alzare un trofeo continentale.
Nel disgraziato cammino verso l’eliminazione “mondiale” l’undici azzurro è invece parso un insieme di calciatori orfani di capire ciò che serve alla squadra, un collettivo senza asse arroccato al proprio “io” personale quasi nella paura di un futuro incerto, che è il maggior difetto nel gioco di squadra; poco importa se la compagnia delle escluse comprende qualche ex grande (vedi l’Olanda), l’elite del calcio mondiale in Russia ci sarà al pari di quelle Nazionali che ci hanno creduto e combattuto fino in fondo.


La Svizzera ad esempio, un miracolo multietnico di calciatori che ha centrato la qualificazione alla faccia delle polemiche apparse sui nostri quotidiani sull’abbondanza di giocatori stranieri iscritti al nostro campionato che toglierebbero “spazio” a quelli italiani. 
L’idolo al di là delle Alpi si chiama Ricardo Rodriguez perché ha salvato sulla linea un gol già fatto dalla Nazionale dell’Irlanda del Nord, “qualificando” così per il Mondiale 2018 una nazionale rossocrociata avara di “svizzeri-svizzeri”, come ad esempio lo juventino Lichtsteiner; il sopracitato Rodriguez è di papà spagnolo e mamma cilena, ma il più straniero di tutti è Vladimir Petkovic perché ha la cittadinanza croata (ius sanguinis), quella bosniaca (ius soli) e svizzera, gli fanno eco Manuel Akanji che è nato in Canton Ticino ma nigeriano e Denis Zakaria di Ginevra nato in Congo, “stranieri” questi schierati in 9 sui 14 scesi in campo nella partita clou contro l’Irlanda, tutto ciò nel Paese più ostile agli immigrati.
Del Piero e Totti, assieme ad altre decine di giocatori fuori dal normale, fecero proprio il mondiale 2006 malgrado una “concorrenza” dei colleghi stranieri attestata al 50% (come del resto in Spagna e Germania), successivamente la Nazionale italiana di calcio è “uscita” al primo turno nel 2010 e nel 2014, campanelli d’allarme inascoltati da tecnici e dirigenti della Federazione verso un destino segnato.
L’Italcalcio ora dovrà per forza voltare pagina. Dopo le dimissioni del c.t. Ventura il crac della Nazionale ha azzerato i vertici della Federazione e decretato l’addio dei “senatori” Buffon, Barzagli e De Rossi. Basterà questo per ricominciare rinnovando la Nazionale del futuro dopo aver toccato il punto più basso da 60 anni a questa parte?

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