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Dal Giappone arriva lo schermo che si ripara da solo

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Ormai è un dato di fatto che la tecnologia sia all’ordine del giorno, ma è anche evidente come ad assumere gran rilevanza sia quella mobile: in una sola giornata un comune smartphone arriva ad un utilizzo umano pari al 90%, permettendo quasi di abbandonare la telefonia fissa, che se anni fa fu la più grande rivoluzione mondiale per la capacità di rendere immediata quanto celere la comunicazione, oggigiorno è ormai utilizzata di rado.

Tante però anche le riparazioni dei cellulari, dovute soprattutto a brusche cadute dei suddetti e ai materiali di cui essi sono costituiti, e gli schermi, la cui riparazione è una nota dolente per i propri portafogli, rappresentano in sostanza la parte più delicata di un dispositivo mobile.


Pare però che dal continente asiatico arrivi un’altra grossa rivoluzionaria scoperta, a testimonianza del fatto di come la mentalità cinese e nipponica chiusa, soprattutto legata all’ambito politico e commerciale, sia soltanto un lontano ricordo seicentesco e settecentesco: durante alcuni esperimenti su materiali adesivi, un team di ricercatori giapponesi, guidato dal professore dell’Università di Tokyo Takuzo Aida, ha scoperto uno “strano polimero” capace di auto-ripararsi.
Lo studente Yu Yanagisawa stava inizialmente lavorando a una serie di nuovi materiali con l’obiettivo di creare una colla. Soltanto in un secondo momento, tagliando la superficie del polimero, si è reso conto che i bordi ripristinavano le vecchie connessioni, riparando così i danni. Avendo quindi sorprendentemente notato che con una leggera pressione esercitata per una trentina di secondi circa a una ventina di gradi due parti separate da una frattura si ricombinavano senza colle o calore, ha deciso di effettuare degli studi su questo particolare polimero, per verificare la capacità del vetro di ripararsi con facilità. Ne è stato dedotto che il polimero può ricomporsi grazie alla tiourea, una sostanza che favorisce il legame idrogeno che tiene unita la molecola e che quindi svolge un’azione collante.
Non è sicuramente la prima volta che è stato individuato un materiale, come questo super-vetro definito “polyether-thioureas”, dotato di una simile proprietà, ma sicuramente il suddetto ha una struttura molto più robusta e si ripara rapidamente, senza l’attesa di più giorni e senza ricorso al calore: il materiale recupera infatti la sua compattezza originale in due ore o poco più, e i ricercatori hanno sottolineato come sinora siano stati sviluppati materiali simili ma in grado di attivarsi e di interconnettersi soltanto a temperature prossime ai 120 gradi centigradi.
La particolarità di questo vetro polimerico è data proprio dalla presenza di questo polimero, che è "altamente robusto sul fronte meccanico ma può essere facilmente riparato praticando una pressione sulle superfici fratturate".
Qualcosa che pare insomma magia: sembrerebbe essere una rivoluzione anche in campo medico, dove potrebbe, con grossa probabilità, essere utilizzato come rafforzante per le ossa o per la costruzione dei tessuti.


Il risultato, ottenuto per pura casualità, è stato reso noto mediante la rivista Science, e la pubblicazione dell’articolo inerente la scoperta ha aperto sentieri a nuovi esperimenti e ad una possibile industrializzazione di tale materiale, che potrebbe quasi riparare ferite tecnologiche, così come quelle arrecate ai propri portafogli in termini economici.
Il ragazzo, a metà tra stupore ed entusiasmo, ripone ampie speranze in questo super-vetro: “spero che il vetro riparabile divenga un nuovo materiale ecologico che ci eviti di buttarlo via quando si rompe”.
Un materiale questo che creerebbe un immenso e vantaggioso circolo virtuoso: “Se qualcosa dura di più, si creano meno rifiuti” dichiara ancora con fiducia lo studente nipponico.
Ulteriore dimostrazione del fatto che gli studi portino a grandi innovazioni, non senza qualche sentiero tortuoso, e conferma millenaria dell’affermazione del filosofo della scienza Francis Bacon: “la verità è figlia del tempo, non dell’autorità”.
L’antichità del mondo corrisponde allora non al passato, sempre a detta di Bacon, ma per l’appunto al suo costante invecchiamento in termini di prosecuzione.
E allora anche l’esperienza del giovane Yanagisawa insegna che bisogna sempre proseguire, con un pizzico di dizioni antiche di cui mai il cervello può comandare con violenza una “damnatio memoriae”, vista la loro importanza, ma anche con una bella dose di azzardo. Bisogna azzardare, tentare anche a costo del fallimento. Soltanto la continua sperimentazione scientifica, basata sulla cara reminiscenza del metodo galileiano, porta a qualche scoperta, persino casuale come quella descritta.

Davide Cerrato

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