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Il funzionamento del cervello rimarrà per sempre un mistero?

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Diversi scienziati ritengono che il funzionamento del cervello rimarrà per sempre un mistero, altri sono convinti che un giorno lo percepiremo in ogni dettaglio. 
Ma ci sarebbe davvero utile questa conoscenza? Una comprensione totale, assoluta ci porterebbe in un solo colpo a risolvere i problemi dell'umanità? Riusciremo a tradurre in vantaggi pratici questo bagaglio di nozioni? 


Spesso le cose, riguardo il cervello umano, sono notevolmente complicate dall'abilità dell'uomo a inventare giochi elaborati che si autoalimentano di continuo per generare strutture straordinariamente intricate e complesse, che hanno il dono di rendere oscuri i problemi anziché chiarirli. L'unica cosa che queste strutture rivelano è la capacità irrefrenabile dell'uomo a pascersi di questi giochi concettuali. E la causa sta, appunto, nella natura di quel cervello con cui l'uomo si sforza di studiare il suo stesso cervello. 
Le idee devono avanzare, se perdono la direzione giusta continuano a muoversi nel senso sbagliato: in materia di introspezione, poi, il movimento è illimitato; la via tracciata non si esaurisce mai poiché è creata dall'immaginazione in movimento, allo stesso modo di quegli automezzi militari che si aprono da sé una pista attraversando acquitrini impraticabili. Per sua natura il cervello non tende a capire e spiegare ma a creare delle spiegazioni, cosa del tutto diversa. Le spiegazioni possono essere estremamente convincenti senza avere grande attinenza con il loro oggetto. 


Come sfuggire all'autocompiacimento fine a se stesso di una elaborata descrizione filosofica? Perché ci prendiamo quasi il disturbo di pensare sulle cose, di parlare delle cose, di scrivere riguardo le cose? Perché ci immaginiamo che altri debbano interessarsi a quanto viene detto o è stato scritto? Descrivendo qualcosa si spera di vedere apprezzata la bellezza dell'esposizione. Anche in una descrizione si può cercare di rivelare alcunché che non si suppone così evidente ad altri. Nel tentativo di dire di più si passa dalla descrizione alla spiegazione. Con la spiegazione si cerca di mostrare come qualcosa, che non riesce famigliare, in realtà sia soltanto una particolare combinazione di elementi che sono giù famigliari: poiché conosciamo il modo in cui operano questi elementi famigliari possiamo descrivere il funzionamento del complesso non famigliare. Vogliamo conoscerlo per farne miglior uso, o per cambiarlo, o per migliorarlo, o per impedire che si guasti, o per ripararlo. Soprattutto, però, di solito vogliamo poter dire come si comporterà in generale e anche in circostanze specifiche. Se lo scopo della descrizione è la bellezza, lo scopo della spiegazione è l'utilità. Tutto il nostro pensiero, il nostro linguaggio, la nostra educazione, forse addirittura tutta la nostra cultura occidentale sono basate sulla formulazione e la comunicazione delle idee. Questo è il modo in cui opera il cervello, il modo in cui deve, in fondo, operare per rendere possibile la vita, il modo in cui noi lo spingiamo ad operare. Fino ad oggi le idee erano sempre sopravvissute agli individui, ma in pieno ventunesimo secolo, nell' era digitale, nell'era in cui le neuroscienze e la tecnologia dominano la società (almeno quella occidentale) gli individui vivono più a lungo delle idee: allora da qui la necessita e la sfida, nei decenni a venire, quasi l'urgenza di nuovi strumenti mentali che rendano possibile la riformulazione delle idee.

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