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Elezioni del 4 marzo, ovvero il "tressette col morto"

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Poche settimane ancora e il 4 marzo sarà scontro finale di una partita elettorale fotocopia della variante del gioco di carte per antonomasia caro ai nostri nonni, ovvero il tressette col morto. Un tavolo di tre giocatori (coalizione di centrosinistra, quella di centrodestra e Movimento 5 Stelle) a distribuirsi le “carte da giocare”, con la variante del quarto (non) giocatore, ovvero “il morto”, rappresentato dal partito di chi a votare non ci andrà, che all’oggi è primo fra quelli a livello nazionale e stimato di ben oltre il 40% di preferenze degli aventi diritto.


Come finirà “l’ultimo giro di carte” è presto per dirlo, accorpamenti e scissioni sono all’ordine del giorno ma come sempre da bravi italiani una soluzione si troverà. Quest’anno sono tanti i ragazzi del 1999 che alla soglia dei vent’anni voteranno per la prima volta come da “dovere civico” dettato dall’articolo 48 della Costituzione, contraltare di chi invece tenderà ad autoescludersi (non votando) lamentando la presenza degli stessi partiti di sempre che ancor oggi sponsorizzano politiche inadeguate ai loro bisogni, sentenziando sommessamente che il Paese ha (e avrà) il Parlamento che si merita.
L’identità dell’elettorato negli ultimi anni è diventata più campanilistica che di “capoluogo”, più attenta alle problematiche locali nel contesto di quelle nazionali che viceversa, ed è da qui che negli anni è nato l’appeal verso la Lega di Matteo Salvini; a metà dicembre 2017 era attestata al 14% nelle intenzioni di voto dell’Istituto Ipsos, ma che ora (in crescita) potrebbe addirittura scavalcare sul filo di lana del 4 marzo l’alleato della coalizione di centrodestra, Silvio Berlusconi, che ha sì registrato quasi il 17% ma che attualmente è in calo, come a dire che dopo cinque suoi “ritorni” il voto utile dell’usato sicuro per Forza Italia all’oggi non paga più.
La coalizione di centrosinistra ha visto nello stesso periodo il Pd di Matteo Renzi attestato al 23% ma anch’esso in calo, spregiudicatezza e voglia di fare dell’ex sindaco di Firenze sono meriti di cui nell’urna forse l’elettorato si ricorderà, come d’altronde l’aver tenuto a galla il Paese nel momento della recessione, ma pesano di contro come macigni la (mancata) riforma della Costituzione ed il cambiamento epocale del sistema, di cui è riuscito quasi nulla.
Del terzetto dei giocatori è quello del Movimento 5 Stelle il sondaggio Ipsos più rotondo, quasi il 30%, questo grazie all’energia di Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, ma soprattutto del candidato premier Luigi Di Maio a cui non dispiacerebbe (forse) un colpo d’ala nelle ultime settimane per raggiungere quell’agognato 51% che permetterebbe a donne e uomini del Movimento di poter governare da soli senza stringere strane alleanze con l’altra “mente” populista (e anti-europeista) che è la Lega di Salvini soprattutto in tema di nazionalismi, immigrazione, stranieri e tasse.


Il resto viaggia con sondaggi ad una sola cifra, come quello della pasionaria dello schieramento di centrodestra, Giorgia Meloni, che modella la logica della piccola setta in una oligarchia di capi, dove votare in piena libertà per i propri parlamentari è pura utopia; per questa formazione “nipotina” della destra storica il voto dev’essere invece una scelta predeterminata, a comando, senza personalità né autonomia.
Infine Pietro Grasso (Liberi e Uguali) che, uscito dall’orbita renziana, si è proposto come paladino per movimentare (e motivare) la sinistra radicale; è sì giudice antimafia che non ha certo usato i processi per entrare in politica ma ha dietro le quinte un retrobottega di vecchie volpi della sinistra rottamata, da Renzi che parte da D’Alema e continua con Bersani, Cofferati, Epifani, Errani, ecc. Gente che prima o poi reclamerà vendetta alimentando, come unico collante interno, l’odio verso il leader del Pd finendo così per sottrarre energie ai programmi (quelli veri).
Coalizione di centrodestra sopra di circa dieci punti su quella di centrosinistra coi 5 Stelle in splendida solitudine alla finestra ed una folla di indecisi che applaudirebbe di buon grado se qualcuno le desse ascolto (si parla che su un totale di 17 milioni di astensionisti, 13 milioni sarebbero comunque decisi a restare a casa); sebbene i voti “liberi” siano quasi la metà del totale, la campagna elettorale che stiamo vivendo non è colpevolmente rivolta a chi esita di esprimere preferenza, palesando l’ipotesi che di questi tempi sia meglio “giocare in casa” coi propri tifosi. Così tutti a prodigarsi per sostenere le forze dell’ordine, i dipendenti per ogni tipo di servizio, rinnovando a loro i contratti con buona pace dei sindacati, i miracoli a volte succedono.

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